dei greciQuando parliamo di Dèi, il primo pensiero a cui li associamo è l’Antica Grecia, o più propriamente l’Olimpo. Gli Dèi venerati dai Greci furono in tutto simili agli uomini, eccezion fatta per la loro sovrannaturale potenza ed immortale bellezza.
Nell’Antica Grecia, ed in seguito anche presso i Romani che ne assorbirono le divinità, cambiandone però il nome (ad eccezione di Apollo), ogni cosa dell’Universo era posta sotto la protezione di una divinità, ogni pensiero od azione degli uomini era ispirato da un Dio, generalmente buono e generoso, ma al momento giusto anche vendicativo e pronto a punire severamente i trasgressori delle leggi umane e divine.

olimpo monteEssendo molto simili ai mortali e possedendone dunque una parte di limiti e difetti, gli Dèi erano molto litigiosi, si facevano spesso dispetti fra loro, e diventavano accaniti avversari quando si trattava di proteggere un particolare eroe invece di un altro, o parteggiare per due eserciti in guerra. Gli Dèi erano immortali ma non onnipotenti, in quanto sottoposti alla volontà del Fato, una forza oscura che reggeva il destino degli uomini e degli stessi Dèi.
zeusZeus era il Re, e regnava sul mondo assistito da una numerosa schiera di divinità, che a lui dovevano incondizionata obbedienza. Dagli Dèi più importanti dipendevano divinità minori, che occupavano le regioni del cielo, i boschi, i monti, le valli e le sorgenti della terra, gli abissi del mare e gli scuri meandri sotterranei.
Zeus iniziò con il costruire la dimora degli Dèi, e scelse di collocarla su una montagna a Nord della Grecia, a quei tempi considerata la più alta del mondo: l’Olimpo. I Greci infatti, immaginarono le splendide e sontuose dimore degli Dèi poste sulla sommità di tale monte.
L’Olimpo, coperto da ghiacciai, era invisibile perché era sempre avvolto da un mantello di nuvole che lo incappucciavano ben bene, e non meno per l’altezza della vetta che sfiorava i 3000 metri. Gli Dèi lo raggiunsero lì, e pertanto furono definiti Olimpi.
Gli Olimpi o Dodekatheon (dal greco δωδεκα dodeka, “dodici”, e θεῶν theon, “degli dèi”) sono i dodici Dèi principali della Mitologia Greca. Il nome deriva dunque, dal fatto che abitassero sul Monte Olimpo.
L’elenco originario comprende le seguenti divinità (con a fianco i corrispondenti romani):

Zeus (Giove) ★
Era (Giunone) ★
Poseidone (Nettuno) ★
Ares (Marte) ★
Ermes (Mercurio) ★
Efesto (Vulcano) ★
Afrodite (Venere) ★
Atena (Minerva) ★
Apollo (Apollo) ★
Artemide (Diana) ★
Demetra (Cerere) ★
Estia (Vesta) ★

In seguito Estia, preferendo vivere fra gli uomini, cederà volentieri il suo posto a Dioniso (Bacco), e Demetra deciderà di vivere per sei mesi nell’Ade vicino alla figlia Persefone. Ade non è presente poiché non abita sull’Olimpo.
Estia era la Dea del Fuoco che arde in ogni focolare rotondo. È la meno conosciuta fra le divinità più importanti dell’antica Grecia, ma era tuttavia tenuta in grande onore, veniva invocata e riceveva le offerte migliori in ogni sacrificio che i mortali presentavano agli Dèi.
Esiodo la indica come figlia primogenita di Crono e di Rea, la più anziana della prima generazione degli Dèi dell’Olimpo. Suoi fratelli e sorelle, in ordine di nascita, sono: Demetra, Era, Ade, Poseidone e Zeus. Apparteneva quindi al ristretto gruppo delle dodici maggiori divinità dell’Olimpo.

Genealogia_Olimpo Insieme alla sua equivalente divinità romana, Vesta, Estia non era nota per i miti e le rappresentazioni che la riguardavano, e fu raramente rappresentata da pittori e scultori con sembianze umane, in quanto non aveva un aspetto esteriore caratteristico: la sua importanza stava nei rituali simboleggiati dal Fuoco.
Fece voto di castità, non perché non fosse bella, anzi, infatti sia Poseidone che Apollo chiesero la sua mano a Zeus che, però, data la decisione della sorella di restare vergine ed evitando così un possibile concorrente al trono, respinse le loro proposte. Dopo un banchetto, Priapo, ubriaco, tentò di usarle violenza, ma un asino, col suo raglio, svegliò la Dea che dormiva e gli altri Dèi, i quali lo costrinsero a darsi alla fuga. L’episodio ha un carattere di avvertimento aneddotico per chi pensi di abusare delle donne accolte in casa come ospiti, sotto la protezione del focolare domestico: anche l’asino, simbolo della lussuria, condanna la follia criminale di Priapo.
Omero narra che Estia riuscì a resistere alle seduzioni e alle persuasioni di Afrodite. Suo simbolo era il cerchio, e la sua presenza era avvertita nella fiamma viva posta nel focolare rotondo, al centro della casa e nel braciere circolare del tempio di ogni divinità. Talvolta viene raffigurata assieme ad Ermes, ma mentre quest’ultimo aveva il compito di proteggere dal male e di propiziare una buona sorte, Estia santificava la casa. La sua prima raffigurazione è stata una pietra, denominata erma, dalla forma di una colonna. Ogni città, nell’edificio principale, aveva un braciere comune, il Pritaneo, dove ardeva il fuoco sacro di Estia che non doveva spegnersi mai. Poiché le città erano considerate un allargamento del nucleo familiare, era adorata anche come protettrice di tutte le città greche.
Nelle famiglie, il fuoco di Estia provvedeva a riscaldare la casa e a cuocere i cibi. Il neonato diventava membro della famiglia cinque giorni dopo la nascita, con un rito (anfidromie) in cui il padre lo portava in braccio girando attorno al focolare. La novella sposa portava il fuoco preso dal braciere della famiglia di origine nella sua nuova casa, che solo così veniva consacrata. I coloni che lasciavano la Grecia, portavano con sé una torcia accesa al Pritaneo della loro città natale, il cui fuoco sarebbe servito a consacrare ogni nuovo tempio ed edificio. Un rito che sopravvive anche nelle Olimpiadi moderne.
Estia, infine, provvedeva al luogo dove sia la famiglia che la comunità, si riunivano insieme: il luogo dove si ricevevano gli ospiti, il luogo dove fare ritorno a casa, un rifugio per i supplici. La Dea e il fuoco erano una cosa sola, e formavano il punto di congiunzione e il sentimento della comunità, sia familiare che civile.

❈ Le Generazioni Divine ❈

Gli Olimpi appartengono ad un terzo capitolo divino, si possono infatti individuare tre fasi nella Mitografia Greca:

  • Inizialmente un corpus puramente cosmogonico, nel quale non ci sono Dèi propriamente detti, ma divinità naturali demiurghe e totemiche. Tra queste assume particolare importanza Urano, dal quale discenderanno appunto gli Olimpi. Urano, il Cielo, è il primo Dio che regnò sull’Universo, appena uscito dal disordine del Caos. Sposò Gea, la Terra, e da essa ebbe molti figli, secondo alcuni studiosi ne ebbe addirittura quarantacinque. Tra questi i principali sono i Titani, di cui sei erano maschi e sei femmine: Oceano, Ceo, Crios, Iperione, Giapeto, Cronos, Thea, Rhea, Temi, Mnemosine, Febe e Tethys.
  • La seconda generazione divina è appunto quella dei Titani, il cui capo era Crono. Sono le divinità dei Greci Pelasgi. Urano temeva molto i suoi figli e, appena nati, li nascose nelle profondità della Terra e nel Tartaro. Gea, la madre, non accettava il comportamento di Urano e persuase i Titani a ribellarsi al loro padre e detronizzarlo: diede all’ultimo nato, Cronos, una falce con la quale egli mutilò i genitali di Urano. I Titani, una volta spodestato Urano, liberarono i Centimani e i Ciclopi e posero sul trono il loro fratello Cronos, che con il suo atto aveva iniziato la ribellione. Cronos, che i latini identificarono con Saturno, prese per sposa Rhea, nota anche come Cibele, nome della Dea frigia chiamata “Madre degli Dèi” o la “Grande Madre“. Ebbe molti figli: Estia, Demetra, Era, Ade, Poseidone, Zeus. Un oracolo aveva però predetto a Cronos che uno dei suoi figli lo avrebbe spodestato e, dopo quanto era capitato ad Urano, oltretutto per mano sua, l’oracolo era per lui ben credibile. Non potendo uccidere i suoi figli, in quanto divinità immortali, appena nati li ingoiava. Cronos, che più tardi sarà assimilato a Chronos, il Tempo, finirà poi per assumere un nuovo significato: il tempo che divora tutte le cose che egli stesso ha creato. Rhea, non potendo sopportare la fine di ogni suo figlio, quando seppe di aspettare un altro figlio, discese dal cielo e si nascose in una profonda caverna, Ida, nell’isola di Creta. Qui diede alla luce Zeus, che affidò alle cure delle Ninfe; poi risalì in cielo portando al marito, invece che un neonato, una pietra avvolta in fasce, che Cronos subito inghiottì. Una volta divenuto grande Zeus salì al cielo e costrinse il padre a bere un emetico, che gli fece rigettare i cinque figli che aveva inghiottito, poi lo detronizzò e prese il suo posto di Re degli Dèi.
  • I Titani furono dunque spodestati successivamente dagli Olimpi (Zeus) e, secondo Tallo (storico del I secolo citato da Taziano nel suo Oratio ad Graecos), ciò avvenne trecentoventidue anni prima della guerra di Troia, cioè verso il 1500 a.C., una data accettabile per l’espansione ellenica in Tessaglia. Nei miti della Titanomachia e della Gigantomachia viene raccontato questo processo di sostituzione divina, che non fu affatto pacifico.

Gli Olimpi, pertanto, dovrebbero essere i nipoti di Urano, ma le genealogie degli Dèi dell’Antica Grecia sono difficili da seguire ed embricate tra loro. Ciò è spiegato dal fatto che, in caso di avvicendamento di élite diverse, ogni gruppo al potere dichiarava il proprio pantheon, o il proprio Dio, superiore agli altri, e forzava i miti precedenti per giustificare questo cambiamento.
I Titani, per esempio, erano le divinità dei Pelasgi, le popolazioni greche forse autoctone. Con l’arrivo degli invasori Elleni le prerogative di tali divinità vengono assunte dai nuovi Dèi, gli Olimpi: ricordiamo Atena, Dea della Saggezza, che uccise il Titano Pallade, patrono del medesimo attributo.
In altri miti, invece, alcuni Dèi vengono presentati come figli di divinità in realtà più giovani, come Afrodite, generata da Urano, successivamente indicata come figlia di Zeus, in realtà nipote di Urano stesso.

★ Elenco Divinità Greche ★

albero_genealogico

  • Acheloo ~•~ Dio del fiume dell’Etolia, figlio di Oceano e Teti
  • Ade ~•~ Dio della morte e delle viscere terrestri
  • Afrodite ~•~ Dea dell’amore e della bellezza, si dice sia la madre di Eros
  • Alfeo ~•~ Dio del fiume con questo nome che scorre nel Peloponneso
  • Alfito ~•~ Dea seminatrice del grano bianco
  • Apollo ~•~ Dio della poesia, della musica e del Sole
  • Ares ~•~ Dio della guerra
  • Artemide ~•~ Dea della caccia
  • Asklepio ~•~ Dio degli oracoli e della medicina
  • Astrea ~•~ Dea della sorte e della fortuna (trovando troppa ingiustizia tra gli uomini andò a vivere tra le stelle)
  • Atena ~•~ Dea della saggezza, della guerra difensiva e di Atene
  • Borea ~•~ Dio del vento del nord
  • Cabiri ~•~ Gruppo di divinità adorate in Samotracia, Egitto e Menphi
  • Calliope ~•~ Musa della Letteratura
  • Cariti, più note nella loro versione romana di Grazie ~•~ Dee della bellezza e forze della vegetazione: Aglaia, Eufrosine e Talia
  • Demetra ~•~ Dea delle messi e della fertilità
  • Dioniso ~•~ Dio del vino
  • Ebe ~•~ Coppiera degli dèi, dea della giovinezza
  • Ecate ~•~ Dea della profezia, della Luna, della notte, dei boschi, dei lupi e dei trivii
  • Efesto ~•~ Dio dei fabbri
  • Enio ~•~ Dea della guerra
  • Eolo ~•~ Re dei venti
  • Eos ~•~ Dea dell’aurora
  • Era ~•~ Regina degli dèi, dea del matrimonio
  • Erinni o Eumenidi ~•~ Divinità della vendetta dall’aspetto di cagne
  • Eris ~•~ Dea del caos
  • Ermes ~•~ Messaggero degli dèi
  • Eros ~•~ Dio dell’amore
  • Esperidi ~•~ Ninfe del tramonto figlie della Notte
  • Estia ~•~ Dea della terra
  • Gea o Gaia ~•~ Dea primordiale della terra, madre dei Titani ed essenza della natura
  • Glauco ~•~ Divinità marina
  • Iacco ~•~ Dio che guida la processione degli iniziati ai misteri eleusini
  • Ilizia ~•~ Genio femminile che presiede il parto
  • Imeneo ~•~ Dio che guida il corteo nuziale
  • Iris ~•~ Dea dell’arcobaleno
  • Meti ~•~ Dea della prudenza
  • Mnemosine ~•~ Dea della memoria, madre delle Muse
  • Moire ~•~ Personificazione del destino di ciascuno
  • Muse ~•~ Cantatrici divine che presiedono al pensiero in tutte le sue forme:
    • Calliope ~•~ Musa della letteratura
    • Clio ~•~ Musa della storia
    • Erato ~•~ Musa della poesia erotica
    • Euterpe ~•~ Musa della musica
    • Melpomene ~•~ Musa della tragedia
    • Polimnia ~•~ Musa della poesia religiosa
    • Talia ~•~ Musa della commedia
    • Tersicore ~•~ Musa della danza
    • Urania ~•~ Musa dell’astronomia
  • Naponos ~•~ Divinità della conoscenza, adorata in Magna Grecia
  • Nereo ~•~ Divinità marina, figlio di Ponto e Gaia
  • Nike ~•~ Dea che personifica la Vittoria
  • Nyx o Notte ~•~ Dea della notte che ha generato Emera ed Etere assieme ad Erebo, nonché le Personificazioni generate dalla Notte: Apate, Ker, Moros, gli Oneiroi, Thanatos, Eris, Hypnos, Nemesi, Geras, Momo, Oizys e Philotes
  • Ore ~•~ Divinità delle stagioni
  • Pan ~•~ Dio dei pastori
  • Partenope ~•~ Fondatrice della città omonima (nucleo originario di Napoli) divinizzata dopo la morte
  • Persefone ~•~ Figlia di Demetra, regina della morte
  • Pleiadi ~•~ 7 sorelle figlie del gigante Atlante
  • Pluto ~•~ Dio della ricchezza
  • Ponto ~•~ Personificazione maschile del mare
  • Poseidone ~•~ Dio del mare
  • Prassidiche ~•~ Triade divina della giusta punizione e della vendetta
  • Priapo ~•~ Dio della città di Lampsaco, ha il potere di distogliere il malocchio
  • Proteo ~•~ Dio del mare incaricato di pascolare gli animali marini di Poseidone
  • Selene ~•~ Divinità che guida il moto della Luna
  • Sibilla ~•~ Antichissima profetessa di Cuma divinizzata dopo la morte
  • Stige ~•~ Fiume degli inferi
  • Tanatos ~•~ Genio maschile alato che personifica la morte
  • Tartaro ~•~ La regione più profonda del mondo, sotto gli inferi
  • Tiche ~•~ Fortuna, il caso divinizzato
  • Titani e Titanidi ~•~ 6 figli e 6 figlie di Urano e Gaia:
    • Atlante ~•~ Titano che reggeva il mondo sulle sue spalle
    • Crono ~•~ Padre delle prime sei divinità dell’Olimpo, un Titano
    • Elio ~•~ Titano patrono del sole
    • Febe ~•~ Titana figlia di Urano, a cui si attribuisce la fondazione dell’oracolo di Delfi
    • Giapeto ~•~ Titano della prima generazione, figlio di Urano e Gaia
    • Oceano ~•~ Titano nonché personificazione dell’acqua che circonda il mondo
    • Rea ~•~ Madre delle prime sei divinità dell’Olimpo, un Titano
    • TemiDea della legge, titana
    • Teti ~•~ Titana
  • Tritone ~•~ Dio marino
  • Urano ~•~ Primordiale dio dei cieli, padre dei Titani
  • Zefiro ~•~ Dio del vento di ponente
  • Zeus ~•~ Dio della folgore, padre di tutti gli dei dell’Olimpo, domina sul cielo e sulla terra

✫✫★ I 12 OLIMPI ★✫✫

~• 1. ZEUS •~ 

«…regge di tutte le cose l’esito
Zeus che dal cielo tuona ed a suo piacer
le volge…»

Zeus (in greco Ζεύς, ZeÀv – “lo splendente”) nella Mitologia Greca è il Re e Padre degli Dèi, il Sovrano dell’Olimpo, il Dio del Cielo e del Tuono. I suoi simboli sono la folgore, il toro, l’aquila e la quercia.

zeus 2 Secondo la leggenda Zeus era il minore dei figli di Rea (Dea della Terra) e del Titano Crono (Dio del Tempo); era il più giovane dei suoi fratelli e sorelle: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone. Nella maggior parte delle leggende era sposato con Era, anche se nel santuario dell’oracolo di Dodona come sua consorte si venerava Dione (viene raccontato nell’Iliade che Zeus è il padre di Afrodite, avuta con Dione).
È comunque famoso per le sue frequentissime avventure erotiche extraconiugali, tra le quali si ricorda anche alcune relazioni omosessuali, come con Ganimede o con Euforione. Il frutto dei suoi numerosi convegni amorosi furono i suoi molti celeberrimi figli, tra i quali Apollo e Artemide, Hermes, Persefone, Dioniso, Perseo, Eracle, Elena, Minosse e le Muse. Dalla legittima moglie Era secondo la tradizione ebbe Ares, Ebe, Efesto ed Ilizia.
La figura equivalente a Zeus nella mitologia romana era Giove, mentre in quella etrusca era il dio Tinia. Zeus ha anche molte analogie con il norreno Odino e lo slavo Perun.

❂ Il Culto di Zeus ❂

zeusZeus è il Re degli Dèi, Signore dell’Olimpo, Sovrano dell’Universo. Il mondo è la città di Zeus. Quindi Zeus sorveglia la pçliv, la custodisce e preserva le sue istituzioni.
Come Dio delle vette, egli procura la pioggia necessaria alle comunità, per questo i suoi santuari si ergono sulle alture. Tuttavia, poiché è tutore dei principi di equità e concordia esistenti tra i cittadini, il Dio scende anche nelle città sedendo nei propri santuari, templi od altari. Inoltre, in qualità di Re degli Dèi, è il protettore di chi a lui si rivolge per delle suppliche, in quanto esseri vulnerabili. Particolarmente, Zeus protegge gli stranieri che chiedono ospitalità: nei tempi antichi il viandante era particolarmente soggetto a maltrattamenti, ma l’ospite era una persona speciale, poteva essere addirittura un Dio, per questo bisognava accoglierlo calorosamente.
Zeus è anche il protettore della santità dei giuramenti. Nell’Antica Grecia la parola di un uomo era tutto, era il fondamento morale della pçliv. La rottura del giuramento è un atto gravissimo, e la giustizia di Zeus in questi casi può manifestarsi con la denuncia pubblica e la vergogna, a volte perfino il bando. Egli è quindi anche il Dio della mente e dell’intelletto, colui che vede le intenzioni dietro le parole; da lui vengono le idee, il pensiero, l’illuminazione. Se, ad esempio, viene invocato durante una discussione, è probabile che i litiganti si chiariscano immediatamente.
Nella Mitologia, Zeus è legato ad immagini di potere e procreazione (non a caso suoi figli spuntano dappertutto). Il suo simbolo è il fulmine, che può essere inteso come arma di punizione, strumento di procreazione e lampo di illuminazione. Insieme al fulmine Zeus reca anche la pioggia per fecondare la Madre Terra, renderla fertile; nelle sue prime apparizioni (Età del Bronzo), furono proprio questo suo potere generatore e quest’energia creatrice a caratterizzarlo e a suggerire le nozze sacre del Dio Cielo con la Madre Terra.
Da un punto di vista teologico, per i Greci Zeus era il Dio Padre e, come tale, il protettore e il creatore. Con le sue punizioni ristabiliva l’ordine cosmico qualora fosse turbato: era lo spirito equilibratore, simbolo della ragione. Egli è una fondamentale forza spirituale, Suprema Coscienza e retto Spirito della coscienza umana, contenuto in tutte le Anime.
Zeus, che viene spesso poeticamente chiamato con il vocativo Zeu pater (O padre Zeus!), è l’evoluzione di Diēus, il Dio del cielo diurno della religione Protoindoeuropea, chiamato anche Dyeus phatēr (Padre Cielo). Il Dio era conosciuto con questo nome anche in Sanscrito (Dyaus/Dyaus Pita) ed in latino (Jupiter, da Iuppiter, che deriva dal vocativo indoeuropeo dyeu-phatēr), lingue che elaborano la radice dyeu- (“splendere” e nelle sue forme derivate come dyauh, “cielo” o “paradiso, dio”), nonché nella mitologia germanica e norrena (Tīwaz in alto tedesco antico, in norreno Týr) unito con il latino deus, dīvus e dis (una variazione di dīves), che proviene dal simile sostantivo deiwos.
Per i Greci e i Romani il Dio del Cielo era anche il più grande degli Dèi, mentre nelle culture nordiche questo ruolo era attribuito a Odino: di conseguenza questi popoli non identificavano, per il suo attributo primario di Dio del Tuono, Zeus/Giove né con Odino né con Tyr, quanto piuttosto con Thor (Þórr). Zeus è l’unica divinità dell’Olimpo il cui nome abbia un’origine indoeuropea così evidente.
In aggiunta a questa origine indoeuropea, lo Zeus dell’epoca classica prendeva alcuni aspetti iconografici dalle culture del Vicino Oriente, come ad esempio lo scettro. Gli artisti Greci immaginavano Zeus soprattutto in due particolari posizioni: in piedi, mentre con il braccio destro alzato segue ad ampie falcate una folgore che ha appena scagliato, oppure seduto sul suo trono.
Zeus era il più importante degli Dèi e comandava su tutto l’antico Pantheon Olimpico greco. Fu padre di molti eroi ed eroine, e la sua figura è presente nella maggior parte delle leggende che li riguardano. Sebbene lo Zeus “radunatore di nuvole” dei poemi omerici fosse un Dio del Cielo e del Tuono al pari delle equivalenti divinità orientali, rappresentava anche il massimo riferimento culturale del popolo Greco: sotto certi aspetti egli era l’espressione più autentica della religiosità greca, ed incarnava l’archetipo del divino, proprio di quella cultura.
Zeus era l’equivalente del Dio della mitologia romana Giove, e nell’immaginario sincretico classico era associato a varie altre divinità, come l’ Egizio Amon, e l’Etrusco Tinia. Insieme a Dioniso aveva assorbito su di sé il ruolo del principale Dio Frigio Sabazios, dando vita alla divinità conosciuta nel sincretismo dell’antica Roma come Sabazio.

❖ Appellativi ed Epiteti di Zeus ❖

Gli appellativi o i titoli attribuiti a Zeus enfatizzano i vari campi nei quali esercita la sua autorità, i più comuni sono:

  • Zeus Aitnàios o “Zeus Etneo”, relativo al monte-vulcano Etna, come l’Olimpo, sacro a Zeus.
  • Zeus Nemeos o “Zeus Nemeo”, relativo a Nemea, città dell’Argolide, dove si disputavano i Giochi Panellenici, dedicati a Zeus, che si svolgevano a cadenza biennale.
  • Zeus Olympios o “Zeus Olimpio”, relativo al dominio di Zeus sia sugli altri Dèi che sui Giochi Panellenici che si tenevano ad Olimpia.
  • Zeus Panhellenios o “Zeus di tutti i Greci”, al quale era dedicato il famoso tempio di Eaco sull’isola di Egina.
  • Zeus Xenios o “Zeus degli Stranieri”, in quanto era il protettore degli ospiti e dell’accoglienza, sempre pronto ad impedire che fosse fatto qualcosa di male ai forestieri.
  • Zeus Horkios, il Dio che si occupava della veridicità dei giuramenti: i bugiardi che venivano scoperti dovevano dedicare una statuetta votiva a Zeus, spesso al santuario di Olimpia.
  • Zeus Agoraios, poiché vigilava sugli affari che si svolgevano nell’agorà, puniva i commercianti disonesti.
  • Zeus Meilichios o “Facile da invocare”: Zeus aveva assunto su di sé il culto dell’antico daimon Meilichio, che in precedenza gli Ateniesi erano adusi propiziarsi.
  • Zeus Cronide o “Figlio di Crono”: patronimico di Zeus. Benché Crono (il Tempo) avesse avuto altri figli, il Cronide per antonomasia è Zeus.
  • Zeus Egioco o “Zeus possessore dell’Egida”, lo scudo ricoperto con la pelle della capra Amaltea che, secondo il mito, aveva nutrito con il suo latte Zeus da bambino.
  • Zeus Soter “Zeus il salvatore/protettore”, in quanto protettore e salvatore di tutta l’umanità.

Oltre alle forme presentate poco sopra, esistevano nel mondo greco anche alcuni culti locali dedicati a Zeus, che mantenevano un loro proprio e singolare modo di concepire ed adorare il Re degli Dèi. Questi sono alcuni esempi:

Zeus a Creta
A Creta Zeus era adorato in alcune grotte che si trovano nei pressi di Cnosso, Ida e Palicastro. Le leggende di Minosse ed Epimenide suggeriscono che queste grotte anticamente fossero usate da re e sacerdoti, come luogo per fare divinazioni.
La suggestiva ambientazione delle Leggi di Platone, la quale si svolge lungo la strada che conduce i pellegrini verso uno di questi siti, sottolinea la conoscenza del filosofo dell’antica cultura cretese.
Nelle rappresentazioni artistiche tipiche dell’isola Zeus compare, anziché come un uomo adulto, con l’aspetto di un giovane dai lunghi capelli, e gli inni a lui dedicati cantano del ho megas kouros, ovvero “il grande giovane”. Insieme ai Cureti, un gruppo di danzatori armati dediti a rituali estatici, sovrintendeva al duro addestramento atletico e militare, nonché ai segreti riti iniziatici, previsti dalla Paideia cretese.
Lo scrittore ellenistico Evemero sembra aver proposto una teoria, con cui ipotizza che Zeus sia stato un grande re di Creta e che, dopo la sua morte, la sua fama abbia finito per trasformarlo in una divinità. Il testo di Evemero non è giunto integro fino a noi, ma in passato la patristica cristiana accolse l’ipotesi con molto favore.

Zeus Lykaios in Arcadia
L’epiteto Lykaios è morfologicamente connesso alla parola lyke (luminosità), ma a prima vista si può facilmente associare anche a lykos (lupo). Quest’ambiguità semantica si riflette sul singolare culto di Zeus Lykaios, celebrato nelle zone boscose e più remote dell’Arcadia, nel quale il Dio assume caratteristiche sia di divinità lucente che lupina.
Il primo aspetto si evidenzia nel fatto che è il Signore del monte Licaone (la montagna splendente), che è la cima più alta dell’Arcadia e sulla quale, secondo una leggenda, si trova una recinto sacro sul quale non si sono mai posate ombre. Il secondo invece si rifà al mito di Licaone (l’uomo lupo), il re dell’Arcadia, i cui leggendari antichi atti di cannibalismo venivano ricordati per mezzo di bizzarri riti. Secondo Platone una setta si sarebbe riunita sul monte ogni otto anni per celebrare sacrifici in onore di Zeus Lykaios, durante i quali si mescolava un singolo pezzo di interiora umane ad interiora animali, e poi si distribuiva il tutto ai presenti: chi avesse mangiato il pezzo di carne umana si sarebbe trasformato in un lupo, ed avrebbe potuto recuperare la propria forma umana solo se non ne avesse più mangiata fino alla conclusione del successivo ciclo di otto anni.

Zeus Etneo in Sicilia
Il culto di Zeus Aitnàios (etneo) è riportato nelle odi di Pindaro ed è attestato dalla produzione numismatica locale. Il tempio era ubicato nella città di Áitna (Etna), fondata da Gerone I di Siracusa. Alcuni scoli di Pindaro riportano che Ierone I donò al tempio una statua di Zeus, che potrebbe essere quella rappresentata nel tetradramma di Aitna.

Lo Zeus del sottosuolo
Sebbene l’etimologia del nome indichi che Zeus originariamente fosse un Dio del Cielo, in diverse città greche si adorava una versione locale di Zeus che viveva nel mondo sotterraneo.
Gli Ateniesi e i Sicelioti (Greci di Sicilia) veneravano Zeus Meilichios (“dolce” o “mellifluo”), mentre in altre città vigeva il culto di Zeus Chthonios (della terra), Katachthonios (del sottosuolo) e Plousios (portatore di ricchezza). Queste divinità nelle forme d’arte potevano essere visuale parimenti rappresentate sia come uomo che come serpente.
In loro onore si sacrificavano animali di colore nero che venivano affogati dentro a pozzi, come si faceva per divinità ctonie come Persefone e Demetra o sulla tomba degli eroi. Gli Dèi olimpi, invece, ricevevano in olocausto animali di colore bianco che venivano uccisi sopra ad altari.
In alcuni casi gli abitanti di queste città non sapevano con certezza se il daimon in onore del quale effettuavano i sacrifici, fosse un eroe oppure lo Zeus del sottosuolo. Così il santuario di Lebadea in Beozia potrebbe essere stato dedicato sia all’eroe Trofonio sia a Zeus Trephonius (colui che nutre), a seconda che si scelga di dare retta a Pausania oppure a Strabone. L’eroe Anfiarao era venerato come Zeus Amphiaraus ad Oropo, nei pressi di Tebe, e pure a Sparta c’era un santuario di Zeus Agamennone.

❁ Gli Oracoli di Zeus ❁

Anche se la maggior parte degli oracoli erano generalmente dedicati ad Apollo, ad eroi oppure a dee come Temi, esistevano anche alcuni oracoli dedicati a Zeus.

L’oracolo di Dodona. Il culto di Zeus a Dodona nell’Epiro, località per la quale vi sono prove dello svolgersi di attività cerimoniali a partire dal II millennio a.C., era imperniato su di una quercia sacra. All’epoca in cui fu composta l’Odissea (circa il 750 a.C.) l’attività divinatoria era condotta da sacerdoti scalzi chiamati Selloi, che si stendevano a terra ed osservavano lo stormire delle foglie e dei rami dell’albero. All’epoca in cui Erodoto scrisse a sua volta di Dodona, i sacerdoti erano stati sostituiti da sacerdotesse chiamate Peleiadi (colombe).
Nel culto osservato a Dodona la moglie di Zeus non era Era, ma la Dea Dione, il cui nome è in effetti la versione femminile di Zeus. Il suo ruolo di Titanessa nella mitologia classica ha fatto ipotizzare ad alcuni studiosi che potrebbe essere stata in epoca pre-ellenica una divinità molto più importante e che, forse, l’oracolo fosse originariamente dedicato a lei.

L’oracolo di Siwa. L’oracolo di Amon nell’Oasi di Siwa, che si trova nel lato occidentale del deserto egiziano, non si trovava entro i confini del mondo greco prima dell’epoca di Alessandro Magno, ma fin dall’età arcaica aveva esercitato una forte influenza sulla cultura greca: Erodoto, nella sua descrizione della guerra greco-persiana, dice che Zeus Amon fu consultato varie volte. Zeus Amon era tenuto in particolare considerazione a Sparta, dove fin dall’epoca della Guerra del Peloponneso esisteva un tempio in suo onore. Quando Alessandro Magno si avventurò nel deserto per consultare l’oracolo di Siwa, scoprì l’esistenza di una Sibilla libica.

✦ Zeus nella Mitologia ✦
(Storia)

Il Titano Crono ebbe molti figli da Rea: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone, ma li divorò tutti appena nati, dal momento che aveva saputo tramite un oracolo che il suo destino era di essere spodestato da uno dei suoi figli, così come lui stesso aveva spodestato suo padre.
Quando però Zeus stava per nascere, Rea chiese a Gaia di escogitare un piano per salvarlo, in modo che Crono ricevesse la giusta punizione per ciò che aveva fatto ad Urano e ai suoi stessi figli. Rea partorì Zeus a Creta, consegnando al suo posto a Crono una pietra fasciata con dei panni che egli divorò immediatamente, mentre la madre nascose Zeus in una cesta posta sotto ad un albero, sorvegliato da una famiglia di pastori ai quali promise, in cambio, che le loro pecore non sarebbero state attaccate dai lupi.
Il mito sarebbe, secondo Cicerone, un’allegoria: “Krònos, che vale chrònos, cioè un periodo di tempo, si immagina che avesse l’abitudine di divorare i suoi figli perché il tempo divora i periodi di tempo e si riempie insaziabilmente degli anni passati. Fu poi incatenato da Zeus perché il suo corso non fosse illimitato e perché fosse legato con i vincoli delle stelle”.
Rea nascose quindi Zeus in una grotta sul Monte Ida a Creta e, a seconda delle varie versioni della leggenda:

  • Fu allevato ed educato da Gaia.
  • Fu allevato da una capra di nome Amaltea, mentre un gruppo di Cureti gridavano, danzavano e battevano le loro lance contro gli scudi affinché Crono non sentisse il pianto del bambino.
  • Fu allevato da una Ninfa di nome Adamantea. Dato che Crono dominava la Terra, i cieli e il mare, lo nascose appendendolo ad una fune legata ad un albero in modo che, sospeso fra i tre elementi, fosse invisibile al padre.
  • Fu allevato da una Ninfa di nome Cinosura. In segno di gratitudine Zeus, una volta cresciuto, la trasformò in una Stella.
  • Fu allevato da Melissa, che lo nutrì con latte di capra.

Raggiunta l’età adulta, Zeus costrinse Crono a rigettare prima la pietra che lo aveva sostituito, e poi i suoi fratelli e sorelle nell’ordine inverso rispetto a quello in cui erano stati ingeriti.
Secondo alcune versioni della leggenda, Metide diede un emetico a Crono per costringerlo a vomitare i figli, secondo altre ancora Zeus squarciò lo stomaco del padre. A questo punto Zeus liberò dalla loro prigione nel Tartaro anche i fratelli di Crono: gli Ecatonchiri e i Ciclopi.
Insieme, Zeus e i suoi fratelli e sorelle, gli Ecatonchiri e i Ciclopi, rovesciarono dal trono Crono e gli altri Titani, grazie alla terribile battaglia chiamata Titanomachia. I Titani sconfitti furono da allora confinati nell’oscuro regno sotterraneo del Tartaro. Atlante, in quanto capo dei Titani che avevano combattuto contro Zeus, fu condannato a reggere il cielo sulle sue spalle.

zeus 3 Dopo la battaglia contro i Titani Zeus si spartì il mondo con i suoi fratelli maggiori Poseidone ed Ade, sorteggiando i tre regni: Zeus ebbe in sorte i cieli e l’aria, Poseidone le acque, e ad Ade toccò il mondo dei morti. L’antica Terra, Gaia, non poté essere concessa ad alcuno, ma venne condivisa da tutti e tre a seconda delle loro capacità.
I Giganti, furibondi perché Zeus aveva confinato nel Tartaro i loro fratelli Titani, si ribellarono agli Dèi Olimpi. Essi cominciarono a scagliare massi e tizzoni ardenti verso il cielo.
Era profetizzò che «…i Giganti non sarebbero mai stati sconfitti da un Dio, ma soltanto da un mortale che vestiva con pelli di leone, e solo con una certa erba che rendeva invulnerabili.». L’uomo fu identificato con Eracle e Zeus, vagando in una regione indicatagli da Atena, trovò l’erba magica. Così furono sconfitti anche i Giganti.
Gaia si risentì per il modo in cui Zeus aveva trattato i Titani e i Giganti, dato che erano figli suoi. Così, poco dopo essersi impossessato del trono degli Dèi, Zeus dové affrontare anche il mostro Tifone, figlio di Gaia e del Tartaro. Zeus sconfisse Tifone e lo schiacciò sotto ad una montagna o al vulcano Etna.

Zeus ed Era. Zeus era sia il fratello che il marito di Era. Con lei generò Ares, Ebe ed Efesto, anche se alcune leggende narrano che Era diede vita ai suoi figli da sola. Altri miti includono tra la loro discendenza anche Ilizia.
Le numerose conquiste che Zeus fece tra le Ninfe e le mortali, che diedero inizio alle più importanti dinastie greche, sono proverbiali. La mitografia gli attribuisce relazioni tra le divinità con Demetra, Latona, Dione e Maia, mentre tra le mortali con Semele, Io, Europa e Leda.
Molte leggende dipingono un’Era gelosissima delle conquiste amorose del marito, e fiera nemica delle sue amanti e dei figli da loro generati.
Una volta ad una Ninfa di nome Eco venne affidato il compito di distrarre Era dalle attività di Zeus, parlandole in continuazione: quando la Dea se ne accorse, con un incantesimo costrinse Eco a ripetere le parole che udiva dagli altri.

✧ Altri Racconti su Zeus ✧

  • Sebbene Zeus si comportasse talvolta in modo meschino e maligno, era in lui presente anche un profondo senso di giustizia, che probabilmente è esemplificato al meglio negli episodi in cui fulmina Capaneo per la sua arroganza, eo quando aiuta Atreo ingannato dal fratello. Inoltre proteggeva forestieri e viaggiatori da coloro che intendevano fare loro del male.
  • Zeus trasformò Pandareo in una statua per punirlo del furto del cane di bronzo che, quando era un bimbo, lo aveva custodito nella grotta sacra a Creta.
  • Zeus uccise Salmoneo con un fulmine per aver tentato di impersonarlo, andando in giro con un carro di bronzo e gridando per imitare il rumore del tuono.
  • Zeus trasformò Perifa in un’aquila, dopo la sua morte, come ricompensa per essere stato un uomo onesto e giusto.
  • Una Ninfa di nome Chelone rifiutò di presenziare al matrimonio di Zeus ed Era: per punirla Zeus la trasformò in una tartaruga.
  • Zeus ed Era trasformarono il re Emo e la regina Rodope di Tracia in due montagne, per punirli della loro vanità.
  • Zeus condannò Tantalo ad essere torturato in eterno nel Tartaro, per aver indotto con l’inganno gli Dèi a mangiare le carni di suo figlio.
  • Zeus condannò Issione ad essere legato in eterno ad una ruota infuocata, per aver tentato di fare sua Era.
  • Zeus fece sprofondare i Telchini in fondo al mare, per aver inaridito la terra con le loro terribili magie.
  • Zeus accecò il veggente Fineo e mandò le Arpie a tormentarlo, insozzando i suoi banchetti per punirlo di aver rivelato i segreti degli Dèi.
  • Zeus ricompensò Tiresia con una vita tre volte più lunga del normale, per aver giudicato in suo favore la disputa sorta con Era, su quale dei due sessi provasse più piacere durante l’amplesso.
  • Zeus punì Era appendendola a testa in giù dal cielo, quando aveva tentato di affogare Eracle scagliandogli contro una tempesta.
  • Tra i moltissimi figli che aveva avuto, Eracle (Ercole) è stato spesso descritto come il preferito da Zeus. Infatti Eracle fu spesso chiamato sia dalla gente che da vari Dèi, il figlio prediletto di Zeus: una leggenda narra di quando la stirpe dei Giganti minacciò l’Olimpo, e l’Oracolo di Delfi profetizzò che solamente le forze riunite di un singolo mortale e di un Dio potevano fermarli, fu lì che Zeus scelse Eracle per combattere al suo fianco e, insieme, sconfissero i mostri.

~• 2. ERA •~


eraNella Mitologia Greca, Era o Hera (dal greco Ἥρα o Ἥρη Hera o Here, pron /hɛːra/), sorella e poi moglie di Zeus, era considerata la sovrana dell’Olimpo.
Il nome “Era” potrebbe avere numerose e diverse etimologie, contrastanti l’una con l’altra. Una prima possibilità è di porlo in relazione con “hora” (stagione), e di interpretarlo come “pronta per il matrimonio”. Alcuni studiosi ritengono che possa significare “padrona”, intendendolo come un derivato femminile della parola “heros” (signore). C’è chi propone che significhi “giovane vacca” o “giovenca”, in conformità con il comune epiteto a lei riferito di Boopis (greco: “βοῶπις” – dall’occhio bovino).
La voce “E-Ra” è comunque già presente nelle più antiche tavolette micenee. Tutto questo indica però che, a differenza di quanto accade per altri Dèi greci come Zeus e Poseidone, l’origine del nome di Hera non può essere ascritta con sicurezza, né alla lingua greca né in genere ad una lingua indoeuropea. Alcuni aspetti del suo culto sembrano suggerire che Hera sia in realtà una figura sopravvissuta, con alcuni adattamenti, da antichi culti minoici e pelasgici, e si rifaccia ad una “Grande Dea Madre” adorata in quelle culture. L’importanza di Hera fin dall’età arcaica è testimoniata dai grandi edifici di culto che vennero realizzati in suo onore.
Figlia di Crono (Dio del Tempo) e Rea (Dea della Terra), Era è principalmente la moglie legittima di Zeus, nonché sua sorella. Come tale, essa rappresenta le lecite nozze tra materia e spirito.
È spesso raffigurata con un diadema ed uno scettro, a simboleggiare la sua posizione di regina dell’Olimpo, attorniata da pavoni, animali a lei sacri. È la protettrice del matrimonio e dell’ordine sociale, e rappresenta le varie fasi della vita di una donna: vergine, sposa devota e vedova afflitta.
Con questo carattere la Dea entra pienamente nella vita cittadina perché la fertilità delle nozze assicura la continuità delle pçliv, di cui ella asserisce il principio di sovranità; per tal motivo i suoi santuari, a guisa di guardiani, sorgono quasi sempre ai limiti estremi degli Stati-cittadini.
È una Dea maestosa, onorata dagli altri Dèi ed il suo comportamento è senza macchia, virginale. Simboleggia, quindi, la purezza nel matrimonio e in tutte le questioni sessuali. Era è l’amore, inteso come il desiderio che va oltre l’appagamento personale, oltre il proprio primitivo egocentrismo ed aspira all’unione di due Anime; è l’ideale della sublime unione tra gli uomini. Presiede alla scelta del partner e all’unione esclusiva e duratura. È anche una delle Dee della Terra, trasformata dai greci in divinità olimpiche.
Appena nata, fu brutalmente ingoiata dal padre, che intendeva ucciderla. Come tutti i suoi fratelli fu restituita alla vita grazie ad uno stratagemma ideato da Meti ed attuato da Zeus. Fu allevata nella casa di Oceano e Teti, e poi nel giardino delle Esperidi (o, secondo altre fonti, sulla cima del monte Ida) sposò Zeus. Zeus amava segretamente Era già dal tempo in cui Crono regnava sui Titani, ma, come spesso accade ai giovani, non sapeva come fare a dichiararle il suo amore.
Le sue nozze furono celebrate in primavera, nel mese di Gamelione del calendario attico (all’incirca il nostro gennaio/febbraio). Si diceva anche che il matrimonio tra Zeus ed Era avesse avuto luogo in Eubea, un’isola patria di pastori; per questo la Dea è anche la protettrice di mucche e buoi, ed Omero la definisce “dall’occhio bovino”.
Era è la Dea del matrimonio, dunque la sua continua lotta contro i tradimenti del consorte diede origine al tema ricorrente della “Gelosia di Era”, che rappresenta lo spunto per quasi tutte le leggende e gli aneddoti relativi al suo culto.
Era veniva ritratta come una figura maestosa e solenne, spesso seduta sul trono mentre indossa come corona il “Polos”, il tipico copricapo di forma cilindrica indossato dalle Dee madri più importanti di numerose culture antiche. In mano stringeva una melagrana, simbolo di fertilità e di morte usato anche per evocare, grazie alla somiglianza della sua forma, il papavero da oppio. Omero la definiva la Dea dagli occhi “bovini” anche per l’intensità del suo regale sguardo.
Era, molto gelosa dei tradimenti del marito, odiava soprattutto Eracle, suo figliastro. La natura umana dell’eroe portò Era ad odiare tutto il genere umano: conosciuta come la più vendicativa degli Dèi, spesso usava gli uomini come autori del suo volere distruttivo. Era sceglieva i suoi guerrieri spedendo loro delle piume di pavone, animale a lei sacro.
I templi di Era, costruiti in due dei luoghi in cui il suo culto fu particolarmente sentito, l’isola di Samo e l’Argolide, risalgono al VIII secolo a.C. e furono i primissimi esempi di tempio greco monumentale della storia (si tratta rispettivamente dell’Heraion di Samo e dell’Heraion di Argo).
La figura a lei corrispondente nella mitologia romana fu Giunone. I suoi simboli sacri erano la giovenca ed il pavone.

❂ Il Culto di Era ❂

Il culto di Era, adorata come “Era di Argo” (Hera Argeia), fu particolarmente vivo nel suo santuario che si trovava tra le città-stato micenee di Argo e Micene, dove si tenevano le celebrazioni in suo onore chiamate Heraia.
L’altro principale centro dedicato al suo culto si trovava nell’isola di Samo. Templi dedicati ad Era sorgevano anche ad Olimpia, Corinto, Tirinto, Perachora e sulla sacra isola di Delo. Nella Magna Grecia, a Paestum, quello che per lungo tempo fu creduto essere il tempio di Poseidone, negli anni ‘50 si è scoperto che in realtà è un secondo tempio dedicato ad Era.
Nella cultura greca classica, gli altari venivano costruiti a cielo aperto. Era potrebbe essere stata la prima divinità a cui fu dedicato un tempio dotato di un tetto chiuso, che fu eretto circa nell’800 a.C. a Samo, e fu successivamente sostituito dall’Heraion, uno dei templi greci più grandi in assoluto.

era 2 I santuari più antichi, per i quali vi sono meno certezze circa la divinità a cui erano dedicati, erano realizzati secondo un modello Miceneo chiamato “casa-santuario”. Gli scavi archeologici di Samo hanno portato alla luce offerte votive, molte delle quali risalenti al VIII e VII secolo a.C., che rivelano come Era non fosse considerata soltanto una Dea greca locale di ambiente egeo: attualmente il museo raccoglie statuette che rappresentano Dèi, supplici ed offerte votive di altro tipo provenienti dall’Armenia, da Babilonia, dalla Persia, dall’Assiria e dall’Egitto, a testimonianza dell’alta considerazione di cui godeva questo santuario e del grande flusso di pellegrini che attirava. Sull’isola Eubea ogni sessant’anni si celebravano le Grandi Dedalee, riti dedicati ad Era.
Nelle raffigurazioni ellenistiche il carro di Era era trainato da pavoni, una specie di uccello che in Grecia è rimasta sconosciuta fino alle conquiste di Alessandro: Aristotele, l’istitutore di Alessandro si riferiva a quest’animale come all’“uccello persiano”. Il motivo artistico del pavone fu riportato molto più tardi in voga dall’iconografia rinascimentale, che fondeva tra loro le figure di Era e Giunone. In epoca arcaica, un periodo durante il quale ad ogni Dea dell’area egea era associato il “suo” uccello, veniva associato ad Era anche il cuculo, che appare in alcuni frammenti che raccontano la leggenda dei primi corteggiamenti alla vergine Era da parte di Zeus.
Nei tempi più antichi la sua associazione più importante era quella con il bestiame, come Dea degli armenti, venerata specialmente nell’isola Eubea detta “ricca di mandrie”. Il suo epiteto più comune nei poemi omerici, “boopis”, viene sempre tradotto “dall’occhio bovino” dal momento che, come i Greci dell’età classica, la nostra cultura rifiuta la più naturale traduzione “dal volto di vacca” o “dall’aspetto di vacca”: un’Era dalla testa bovina come il Minotauro verrebbe percepita come un oscuro e spaventoso demone. Tuttavia sull’isola di Cipro sono stati trovati dei teschi di toro adattati ad essere usati come maschera, il che suggerisce un probabile antico culto dedicato a divinità con un simile aspetto.
Altri suoi tipici epiteti furono:

  • θεὰ λευκώλενος: theá leukốlenos, la Dea dalle bianche braccia.
  • χρυσόθρονος: khrusóthronos, dal trono d’oro.
  • Eukomos: dagli splendidi capelli.

La melagrana, antico simbolo dell’arcaica Grande Dea Madre, continuò ad essere usato come simbolo di Era: molte delle melagrane e dei papaveri da oppio votivi trovati negli scavi di Samo sono realizzate in avorio, materiale che resiste all’usura del tempo meglio del legno, con il quale dovevano essere invece comunemente realizzati. Al pari delle altre Dee, Era veniva ritratta mentre indossava un diadema e con un velo sul capo.

✾ Era e i Figli ✾

Era è la patrona del matrimonio propriamente detto, e rappresenta l’archetipo simbolico dell’unione di uomo e donna nel talamo nuziale, tuttavia non è certo famosa per le sue qualità di madre. I figli legittimi nati dalla sua unione con Zeus sono Ares, Ebe (la Dea della Giovinezza), Eris (la Dea della Discordia) ed Ilizia (Protettrice delle Nascite). Alcuni autori ancora aggiungono a questa lista i Cureti ed anche le tre Cariti.
Era, resa gelosa dal fatto che Zeus fosse diventato padre di Atena senza di lei (infatti l’aveva avuta da Metide), decise per ripicca di mettere al mondo Efesto, senza la collaborazione del marito. Entrambi però rimasero disgustati al vedere la bruttezza di Efesto e lo scagliarono giù dall’Olimpo. Una leggenda alternativa dice che Era mise al mondo da sola tutti i figli che tradizionalmente sono attribuiti a lei e Zeus, e che lo fece semplicemente battendo il suolo con la mano, un gesto di grande solennità nella cultura greca antica.
Efesto si vendicò del rifiuto subìto dalla madre costruendole un trono magico che, una volta che ella vi si sedé, non le permise più di alzarsi. Gli altri Dèi pregarono più volte Efesto di tornare sull’Olimpo e liberarla, ma egli rifiutò ripetutamente. Allora Dioniso lo fece ubriacare e lo riportò sull’Olimpo incosciente, trasportandolo con un mulo. Efesto accettò di liberare Era, ma solo dopo che gli fu concessa in moglie Afrodite.

Era, la Nemesi di Eracle. Era era la matrigna dell’eroe Eracle, nonché la sua principale nemica. Quando Alcmena era incinta di Eracle, Era tentò di impedirne la nascita facendo annodare le gambe della puerpera. Fu salvata dalla sua serva Galantide, la quale disse alla Dea che il parto era già avvenuto, facendola desistere. Scoperto l’inganno, Era trasformò Galantide in una donnola per punizione.
Quando Eracle era ancora un bambino, Era mandò due serpenti ad ucciderlo mentre dormiva nella sua culla. Eracle però strangolò i due serpenti afferrandone uno per ogni mano, e la sua nutrice lo trovò che si divertiva con i loro corpi come fossero giocattoli. Quest’aneddoto è costruito attorno alla figura dell’eroe che stringe un serpente per mano, esattamente come la famosa Dea che teneva in mano i serpenti dell’epoca minoica.
Una descrizione dell’origine della Via Lattea dice che Zeus aveva indotto con l’inganno Era ad allattare Eracle: quando ella si era accorta di chi fosse, lo aveva strappato via dal petto all’improvviso, ed uno schizzo del suo latte aveva formato la macchia nel cielo che ancor oggi possiamo ammirare (un’altra versione afferma che fu Ermes ad avvicinare Eracle al seno di Era, che si era addormentata, per fargli bere il latte benedetto. A causa di un morso di Eracle, però, la Dea si svegliò e, per togliere il seno di bocca ad Eracle, cadde una goccia del suo latte formando la Via Lattea). Gli Etruschi dipinsero un Eracle adulto e già con la barba attaccato al seno di Era.
Tuttavia, Eracle sopravvisse ai vari tentativi di essere distrutto da Era, così quest’ultima fece in modo che Eracle fosse costretto a compiere le sue famose imprese per conto del re Euristeo di Micene e, non contenta, tentò anche di renderle tutte più difficili. Ad esempio, quando l’eroe stava combattendo contro l’Idra di Lerna, lo fece mordere ad un piede da un granchio, sperando di distrarlo. Per causargli ulteriori problemi, dopo che aveva rubato la mandria di Gerione, Era mandò dei tafani per irritare e spaventare le bestie, quindi fece gonfiare le acque di un fiume in modo tale che Eracle non potesse più guadarle con la mandria, costringendolo a gettare nel fiume enormi pietre per renderlo attraversabile.
Quando finalmente riuscì a raggiungere la corte di Euristeo, la mandria fu sacrificata in onore di Era. Euristeo avrebbe voluto sacrificare alla Dea anche il Toro di Creta, ma Era rifiutò perché la gloria di un simile sacrificio sarebbe andata di riflesso anche ad Eracle che lo aveva catturato. Il toro fu così lasciato andare nella piana di Maratona, diventando famoso come il Toro di Maratona.
Alcune leggende dicono che Era alla fine si riconciliò con Eracle, dato che l’aveva salvata da un gigante che tentò di stuprarla, e gli concesse anche come moglie sua figlia Ebe.

✦ Leggende sulla Gelosia di Era ✦

Eco
Una volta, Zeus convinse una Ninfa di nome Eco a distrarre Era dai suoi amori furtivi. Quando Era scoprì l’inganno condannò la Ninfa a non aver più una voce propria e a poter, da allora in poi, soltanto ripetere le parole altrui.

Latona
Quando Era venne a sapere che Latona era incinta e che il padre era Zeus, con un incantesimo impedì a Latona di partorire, facendo sì che ogni terra ove si recasse risultasse ostile nei suoi confronti. Latona trovò l’isola galleggiante di Delo, che non era né terraferma né una vera e propria isola, ed era troppo inospitale per poterla peggiorare.
Su questa partorì, mentre veniva circondata da cigni. In segno di gratitudine Zeus fissò Delo, che da allora fu sacra ad Apollo, con quattro pilastri. Vi sono anche altre versioni della storia: in una di queste Era rapì la figlia Ilizia, la Dea della Nascita, per impedire a Latona di cominciare il travaglio, ma gli altri Dèi la costrinsero a lasciarla andare.
Alcune leggende dicono che Artemide, nata per prima, aiutò la madre a partorire Apollo, mentre un’altra sostiene che Artemide, nata il giorno precedente sull’isola Ortigia, aiutò la madre ad attraversare il mare fino a giungere a Delo per mettere al mondo il fratello.

Callisto e Arcade
Callisto, una Ninfa che faceva parte del seguito di Artemide, fece voto di restare vergine, ma Zeus si innamorò di lei ed assunse l’aspetto di Apollo (secondo altre versioni di Artemide stessa) per adescarla e sedurla. Era allora, per vendicarsi del tradimento, trasformò Callisto in un’orsa.
Tempo dopo Arcade, il figlio che Callisto aveva generato con Zeus, quasi uccise per errore la madre durante una battuta di caccia e Zeus, per proteggerli da ulteriori rischi, li mise in cielo trasformandoli in costellazioni.

Semele e Dioniso
Dioniso era figlio di Zeus e di una mortale. Era, gelosa, tentò di uccidere il bambino mandando dei Titani a fare a pezzi Dioniso, dopo averlo attirato con dei giocattoli. Nonostante Zeus fosse riuscito infine a scacciare i Titani con i suoi fulmini, erano riusciti a divorarlo quasi tutto e ne era rimasto solo il cuore salvato, a seconda delle versioni della leggenda, da Atena, Rea, o Demetra. Zeus si servì del cuore per ricreare Dioniso, ponendolo nel grembo di Semele (per questo Dioniso diventò conosciuto come “il due volte nato”). Le versioni della leggenda sono comunque molte e varie.

Io
Un giorno Era stava per sorprendere Zeus con una delle sue amanti, chiamata Io, ma Zeus riuscì ad evitarlo all’ultimo, trasformando Io in una giovenca bianca. Era, tuttavia, ancora insospettita, chiese a Zeus di darle la giovenca in dono. Una volta ottenutala, Era la affidò alla custodia del gigante Argo, perché la tenesse lontana da Zeus.
Il Re degli Dèi allora ordinò ad Ermes di uccidere Argo, cosa che il Dio attuò addormentando il gigante dai cento occhi, grazie al suono del suo flauto e poi tagliandoli la testa. Era prese gli occhi del gigante e, per onorarlo, li pose sulle piume della coda del pavone, il suo animale sacro. Quindi mandò un tafano a tormentare Io, che cominciò a fuggire per tutto il mondo conosciuto, fino a giungere in Egitto dove, dopo aver partorito il figlio Epafo, riacquistò forma umana.

Lamia
Lamia era una regina della Libia della quale Zeus si era innamorato. Era per vendicarsi trasformò la donna in un mostro, ed uccise i figli che aveva avuto da Zeus. Una diversa versione della leggenda dice che Era le uccise i figli e Lamia si trasformò in un mostro per il dolore. Lamia venne anche colpita da Era con la maledizione di non poter mai chiudere gli occhi, in modo che fosse per sempre condannata a vedere ossessivamente l’immagine dei suoi figli morti. Zeus, per consentirle di riposare, le concesse il potere di cavarsi temporaneamente gli occhi e poi rimetterli al loro posto.

Gerana
Gerana era una regina dei Pigmei che si vantò di essere più bella di Era. La Dea, furibonda, la trasformò in una gru e proclamò solennemente che gli uccelli suoi discendenti, sarebbero stati in eterna lotta contro il popolo dei Pigmei.

✧ Altre Leggende su Era ✧

Cidippe
Cidippe, una sacerdotessa di Era, doveva partecipare ad una cerimonia in onore della Dea. Dato che il bue che avrebbe dovuto essere aggiogato al suo carro non arrivava, i suoi due figli, Bitone e Cleobi, trainarono essi stessi il carro per otto chilometri e permetterle così di prendere parte al rito. Cidippe rimase impressionata dalla loro devozione, e chiese ad Era di premiare i suoi figli con il miglior dono che una persona potesse ricevere. Come risposta, Era dispose che i fratelli morissero nel sonno senza soffrire.

Tiresia
Figlio di Evereo, della stirpe degli Sparti, e della Ninfa Cariclo, Tiresia era un un sacerdote di Zeus.
Il mito racconta che passeggiando sul monte Cillene (o secondo un’altra versione Citerone), egli vide due serpenti che copulavano, ne uccise la femmina perché quella scena lo infastidì. Nello stesso momento Tiresia fu tramutato da uomo a donna, e visse in questa condizione per sette anni, provando tutti i piaceri che una donna potesse provare, divenne una sacerdotessa di Era, si sposò ed ebbe dei figli (tra i quali Manto). Altre versioni dicono invece che diventò una famosa ed abile prostituta.
Passato questo periodo venne a trovarsi di fronte alla stessa scena dei serpenti, ma questa volta uccise il serpente maschio e nello stesso istante ritornò al suo sesso originario.
Un giorno Zeus ed Era si trovarono divisi da una controversia, su chi, tra l’uomo e la donna, provasse più piacere fisico durante il sesso. Non riuscendo a giungere ad una conclusione, dato che Zeus sosteneva che fosse la donna mentre Era sosteneva che fosse l’uomo, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l’unico che avrebbe potuto risolvere la disputa, essendo stato sia uomo che donna ed avendo dunque provato entrambi i ruoli. Interpellato dagli Dèi, rispose che se si fosse posto su una scala da 1 a 10, l’uomo ne avrebbe provato solo uno e la donna nove, pertanto una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. La Dea Era, infuriata, scandalizzata perché l’indovino aveva rivelato a Zeus questo segreto femminile, lo accecò all’istante, ma Zeus, riconoscente, per ricompensarlo del danno subìto, gli diede la facoltà di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni.
In altre versioni del mito fu la stessa madre Cariclo a richiedere il dono della profezia a Zeus, dopo che la Dea Atena aveva privato Tiresia della vista, per punirlo di averla vista nuda mentre si faceva il bagno in un ruscello silvano.
Nel corso dell’attacco degli Epigoni contro Tebe, Tiresia fuggì dalla città insieme ai tebani; sfiancato si riposò nei pressi della fonte Telfussa dalla quale bevve dell’acqua gelata e morì. In un’altra versione l’indovino, rimasto a Tebe con la figlia Manto, venne fatto prigioniero e mandato a Delfi con la figlia, dove sarebbero stati consacrati al Dio Apollo. Tiresia morì per la fatica durante il cammino.

♥ Gli Amori di Era ♥

Sebbene Era fosse una Dea crudele e vendicativa nei confronti delle amanti segrete di Zeus, ella stessa non aveva comunque acconsentito a rimanere per sempre fedele al marito. Si racconta, infatti, che la Dea ebbe anche altre relazioni, con mortali od anche con divinità, da cui generò alcuni figli.
Riportiamo una lista che riguardano gli amori più conosciuti della Dea:

    1. Crono:
      1. EfestoFabbro degli Dèi
    2. Eurimedonte ✫ Gigante:
      1. PrometeoTitano, punito da Zeus
    3. Issione ✫ Re dei Lapiti:
      1. Centauro, eponimo dei Centauri o gli stessi Centauri
    4. Dioniso:
      1. PasiteaUna delle Grazie
    5. Dal seme di Crono spalmato su due uova:
      1. TifoneMostro

❁ Psicologia del Mito ❁

Il mito di Era descrive un archetipo di donna e moglie abbastanza particolare: l’obiettivo della “donna Hera” è il controllo e la gestione del ménage familiare, più che la ricerca di un’intesa sessuale col proprio uomo. Tali donne non ricercano di godere della presenza del proprio compagno, ma costruiscono case lustre e contemplative, tavole ben preparate, facciate dipinte ed infiorate per i vicini.
Era, Giunone, Vesta ed altre Dee del focolare, dedite al matrimonio come istituzione, non sono amanti particolarmente eccitanti: lo dimostrano i continui tradimenti di Zeus. Tali donne sono sessualmente povere, piene di inibizioni. L’eros è messo alla porta, ed il rapporto coniugale ne risulta appiattito. Hera è infatti la sorella di Zeus: con una donna così, sopprimendo la relazione erotica, il rapporto d’amore si sposta sul modello di altri affetti familiari, come la sorella e la madre.
Se il partner della donna Hera non è una persona forte, risulta spesso essere più vicino al bambino viziato, prima dalla mamma e poi dalla moglie. Altrimenti tale marito è simile a Zeus, e allora la perfetta donna Hera prorompe in violente e vocianti scenate: come ci raccontano i miti l’Olimpo intero tremava, quando la regina degli Dèi era infuriata.
Tale donna non è gelosa in senso erotico, ma è posseduta da una gelosia “impersonale”, poiché “qualcosa” nel suo focolare non va come dovrebbe andare. La donna Hera, seppur conosca le attività libertine dell’uomo Zeus, non chiede il divorzio, non rompe il legame coniugale, poiché quello che conta di più è l’istituzione del matrimonio, e non la coppia.
Si consideri però, che questa interpretazione si basa in buona parte sull’immagine vittoriana e novecentesca del culto di Hera e della divinità; probabilmente, come spesso accade, gli antichi greci non sarebbero stati d’accordo. Hera infatti è l’unica divinità che, come simbolo dell’amore coniugale, può essere rappresentata nell’iconografia sacra ellenica, come intenta in atti erotici con il consorte, inclusa la fellatio.
Inoltre Hera ha un ruolo attivo nella formazione della coppia con Zeus, ed è innanzitutto la sovrana dell’Olimpo, tutt’altro che passiva nella gestione degli affari divini.

~• 3. POSEIDONE •~ 


poseidonePoseidðn – “lo sbuffante”. Deriva da pçv, prçv, pot°, “verso”, e o¸d€w, “gonfiarsi”.
Nell’antica Mitologia Greca, Poseidone (in Greco Ποσειδῶν) è il Dio del mare, dei cavalli e, nel suo epiteto di Scuotitore della terra (Enosìctono o Enosigeo, latino Ennosigaeum, greco Ἐ(ν)νοσίγαιος), causa dei terremoti.
Poseidone, se si fa affidamento sulle tavolette d’argilla in scrittura Lineare B giunte fino a noi, nell’antica città di Pilo era considerato il più importante tra gli Dèi; in queste iscrizioni il nome PO-SE-DA-WO-NE (Poseidone) ricorre con frequenza molto maggiore rispetto a DI-U-JA (Zeus). Si trova anche una variante femminile dello stesso nome, PO-SE-DE-IA, il che indica l’esistenza di una Dea compagna di Poseidone che in tempi successivi venne dimenticata. Le tavolette rinvenute a Pilo riportano la memoria di sacrifici in onore de “Le due regine e Poseidone” oppure “Le due regine ed il re”. L’identità che più facilmente può essere attribuita alle “due regine”, è quella di Demetra e Persefone o di due Dee loro antesignane, in ogni caso divinità che in epoche successive non furono più associate alla figura di Poseidone.
Il Dio era già identificato come “Scuotitore della terra” ovvero E-NE-SI-DA-O-NE nella Cnosso di epoca micenea, un titolo estremamente importante, soprattutto considerando che i terremoti sono stati una delle cause principali della caduta della civiltà minoica.
In una delle tavolette di Pilo si trova un legame tra i nomi di Demetra e Poseidone, che compaiono come PO-SE-DA-WO-NE e DA-MA-TE inserite in un contesto di richieste di grazia agli Dèi. La sillaba DA, presente in entrambi i nomi, sembrerebbe derivare da una radice Protoindoeuropea associata al concetto di distribuzione di terre e privilegi, per cui Poseidone potrebbe significare “Signore distributore” o “Compagno della distributrice”, parallelamente a Demetra “La madre distributrice”.
Divinità simili a Poseidone del mondo antico furono Rodon nella mitologia illirica, Nethuns nella mitologia etrusca e Nettuno in quella romana.
È uno dei figli di Rea (Dea della Terra) e Crono (Dio del Tempo), fratello, fra gli altri, di Era, Ade e Zeus.
Poseidone è il Dio del mare e dei cavalli, il suo carro è trainato da destrieri dagli zoccoli bronzei e lucenti d’oro, ed il suo regno brulica di mostri delle profondità. Il suo simbolo è il tridente, che egli usa per agitare gli oceani fino a farli diventare una forza distruttrice, e per colpire rocce e generare fonti o cavalli. Mantiene calmo il mare per quei marinai che lo onorano con sacrifici e che, una volta abbandonato il mestiere, portano reti e tridente al suo tempio, auspicando una serena vecchiaia.
Anche i terremoti sono causati da Poseidone, e nel Mediterraneo la sua opera ha lasciato il segno: i palazzi di Cnosso venivano continuamente scossi fin nelle fondamenta, e l’isola di Thera venne distrutta da una violenta eruzione vulcanica. Egli si rivela con maggior potere ai confini di due elementi e i suoi templi, perciò, sorgono preferibilmente agli incroci tra terra e mare, tra mare e mare, tra terra e terra.
Dal punto di vista spirituale, Poseidone viene visto come un Dio violento, irascibile, dotato di un’incontenibile furia che rappresenta i desideri insaziabili: totalmente opposto allo spirito di Zeus, Poseidone è quella forza che negli umani non obbedisce allo spirito equilibratore.

La Nascita e il Trionfo su CronoPoseidone era figlio di Crono e Rea. Secondo le tradizioni è ritenuto ora il fratello maggiore, ora il minore di Zeus. Al pari dei suoi fratelli e sorelle venne divorato dal padre, che lo rigurgitò quando fu costretto da Zeus, l’ultimogenito riuscito a sfuggire al terribile genitore.
Zeus insieme ai fratelli e sorelle, agli Ecatonchiri, ai Giganti e ai Ciclopi, sconfisse Crono e i Titani, spodestandolo dal suo trono. Secondo alcune varianti della leggenda, Poseidone fu allevato ed educato dai Telchini sull’isola di Rodi, e dalla figlia dell’Oceano, Cefira, così come Zeus fu cresciuto dai Coribanti a Creta.
Quando il Dio del Mare raggiunse un’età adulta, s’innamorò di Alia, sorella dei Telchini, e le diede sei figli maschi ed una figlia, chiamata Rodo. In tal modo l’isola in cui il Dio passò la sua giovinezza prese il nome da sua figlia. Quando poi si decise a sorte di dividere il mondo in tre regni, Zeus ricevé il cielo, Ade il mondo sotterraneo dell’oltretomba, mentre a Poseidone toccarono il mare e le acque.

❂ Il Culto di Poseidone ❂

Nella cultura micenea, pur così dipendente dal mare, non è stato ritrovata alcuna prova di un legame tra Poseidone ed il mare stesso, e la leggenda narra, come sopraccennato, che tra gli Olimpi chi dovesse regnare sulle acque fu stabilito con un sorteggio. Evidentemente il culto del Dio era nato in precedenza ed indipendentemente da quello che sarebbe diventato il suo regno.
Visto che la figura di Poseidone è in stretta relazione sia con il mare che con i cavalli e, considerando la lontananza dal mare delle zone in cui abitavano gli antichi indoeuropei, alcuni studiosi ritengono che Poseidone originariamente nasca come un dio-cavallo, e che solo in seguito sia stato assimilato alle divinità acquatiche orientali, quando i popoli greci mutarono la loro fonte di sostentamento principale, passando dalla coltivazione della terra allo sfruttamento del mare con la pesca e i commerci marittimi. Secondo alcune versioni della leggenda sulla sua nascita, infatti, Poseidone non è mai stato divorato e vomitato da Crono, ma Rea lo sostituì con un puledro e nascose Poseidone in un branco di cavalli.
Secondo Pausania, Poseidone era uno dei custodi dell’Oracolo di Delfi, prima che Apollo ne assumesse il controllo. Apollo e Poseidone spesso si occuparono degli stessi aspetti delle vicende umane: ad esempio durante la fase della fondazione di nuove colonie, Apollo per mezzo dell’Oracolo autorizzava i coloni a partire ed indicava loro dove stabilirsi, mentre Poseidone si prendeva cura dei coloni durante la navigazione verso la nuova patria, e procurava le acque lustrali per celebrare i sacrifici propiziatori per la fondazione della nuova città. L’Anabasi di Senofonte descrive un gruppo di soldati Spartani che intonano, dedicandolo a Poseidone, un peana, un tipo di inno che, normalmente, veniva dedicato ad Apollo.
Come anche Dioniso e le Menadi, Poseidone aveva la capacità di provocare alcune forme di disturbo mentale: uno dei testi di Ippocrate riporta come alla sua opera fosse attribuito l’insorgere di certi tipi di epilessia.

poseidone 2 In ogni caso la grande importanza di Poseidone agli inizi della civiltà Greca si può facilmente notare nell’Odissea, poema in cui lui e non Zeus, è il motore principale degli eventi. L’inno a Poseidone, incluso nella raccolta degli Inni omerici, consiste in una breve invocazione, un preambolo di sette versi che si rivolge al Dio come “scuotitore della terra e delle lande marine, Dio dei profondi abissi che è anche signore del Monte Elicone e dell’ampia Aigai”, e ricorda anche la sua doppia natura di Dio dell’Olimpo: “domatore di cavalli e salvatore di navi”.
Poseidone era venerato come divinità principale in molte città: ad Atene era considerato secondo soltanto ad Atena, mentre a Corinto ed in molte città della Magna Grecia, era considerato il protettore della polis.
Le celebrazioni in onore di Poseidone si tenevano, all’inizio della stagione invernale, in molte città del mondo greco. I marinai rivolgevano preghiere a Poseidone perché concedesse loro un viaggio sicuro e, talvolta, come sacrificio annegavano dei cavalli in suo onore. Quando mostrava il lato benigno della sua natura Poseidone creava nuove isole come approdo per i naviganti, ed offriva un mare calmo e senza tempeste.
Quando invece veniva offeso e si sentiva ignorato, allora colpiva la terra con il suo tridente provocando mari tempestosi e terremoti, annegando chi si trovasse in navigazione ed affondando le imbarcazioni.
L’iconografia classica di Poseidone lo ritrae alla guida del suo carro trainato da cavallucci marini o da cavalli capaci di correre sul mare. Spesso era rappresentato insieme a delfini e con pesci infilzati sul suo tridente.

♥ Le Amanti di Poseidone ♥

      • Secondo alcune leggende Poseidone stuprò Etra, diventando così padre del celebre eroe Teseo.
      • Secondo un antico mito, una volta Poseidone tentò di insidiare Demetra, ma la Dea rifiutò i suoi approcci e si trasformò in una giumenta per nascondersi, confondendosi tra una mandria di cavalli. Poseidone però la individuò ugualmente, nonostante le sue nuove sembianze, si trasformò a sua volta in uno stallone e in questo modo riuscì a farla sua: dall’unione nacque Arione, un cavallo dotato del dono della parola.
      • Poseidone ebbe una relazione con sua nipote Alope, figlia di suo figlio Cercione re di Eleusi, generando così Ippotoo. Cercione decise allora di seppellire viva Alope, ma Poseidone la trasformò nell’omonima fonte che si trova nei pressi di Eleusi.
      • Poseidone salvò Amimone da un Satiro lascivo che l’aveva aggredita, ed in seguito ebbe da lei un figlio di nome Nauplio.
      • Una donna mortale di nome Tiro era sposata con Creteo (dal quale aveva avuto un figlio, Esone), ma era innamorata di Enipeo, una divinità fluviale: la donna si offrì ad Enipeo che però la rifiutò. Un giorno Poseidone, incapricciatosi di Tiro, assunse le sembianze di Enipeo e dalla loro unione nacquero i due gemelli Pelia e Neleo.
      • Poseidone ebbe un rapporto sessuale con Medusa sul pavimento del tempio di Atena che, per vendicarsi dell’affronto, trasformò la Gorgone in un mostro. Quando, tempo dopo, fu decapitata dall’eroe Perseo, dal suo collo emersero il cavallo alato Pegaso ed il gigante Crisaore.
      • Dopo essersi congiunto con Cenis, Poseidone, esaudendo la sua richiesta, la trasformò in un uomo.

Dunque non tutti i figli di Poseidone sono umani: tra essi vi sono anche il sirenide Tritone, il cavallo alato Pegaso, il ciclope Polifemo, e i giganti Aloadi Oto ed Efialte.

✦ Altre Leggende ✦

      • Atena era in competizione con Poseidone per diventare la divinità protettrice della città di Atene che, all’epoca in cui si svolge questa leggenda, ancora non aveva un nome. Si accordarono in questo modo: ciascuno dei due avrebbe offerto un dono agli Ateniesi e questi avrebbero scelto quale fosse il migliore, decidendo così la disputa. Poseidone piantò al suolo il suo tridente e dal foro ne scaturì una sorgente. Questa avrebbe dato loro sia nuove opportunità nel commercio che una fonte d’acqua, ma l’acqua era salmastra e non molto buona da bere. Secondo altre versioni Poseidone offrì invece il primo cavallo, mentre Atena offrì il primo albero di ulivo adatto ad essere coltivato. Gli Ateniesi scelsero l’ulivo e quindi Atena come patrona della città, perché l’ulivo avrebbe procurato loro legname, olio e cibo. Si pensa che questa leggenda sia sorta nel ricordo di contrasti sorti nel periodo Miceneo tra gli abitanti originari della città e dei nuovi immigrati. È interessante notare come Atene, nonostante questa scelta, all’apice del suo sviluppo fu una grande potenza navale, capace di sconfiggere la flotta Persiana nella battaglia di Salamina
      • Come punizione per aver offeso Zeus, Poseidone ed Apollo furono mandati a servire il re di Troia Laomedonte: questi disse loro di costruire un’enorme cinta muraria che corresse tutt’attorno alla città, promettendo di ricompensarli per questo servizio, ma poi egli non mantenne la parola data. Per vendicarsi, Poseidone incaricò di attaccare la città un mostro marino che però venne ucciso da Eracle.
      • Nell’Iliade Poseidone si schiera dalla parte dei Greci, e in diverse occasioni scende in battaglia contro l’esercito Troiano. Tuttavia nel XX libro, interviene per salvare Enea, quando il principe Troiano è sul punto di essere ucciso da Achille.
      • Nell’Odissea Poseidone svolge un ruolo importante a causa del suo odio per Odisseo, dovuto al fatto che l’eroe ha accecato suo figlio, il ciclope Polifemo. L’inimicizia di Poseidone nei suoi confronti impedisce per molti anni ad Odisseo di fare ritorno ad Itaca.

~• 4. ARES •~ 


AresH’Arjv – “il violento”. Deriva da ‡r€, ‡rj’, “danno”, “violenza”. Nelle religioni dell’Antica Grecia, Ares (in greco Άρης) è il figlio di Zeus ed Hera; suoi fratelli sono Efesto, Ebe, Ilizia ed Eris. Secondo alcuni miti è il padre di Eros.
Viene molto spesso identificato tra i dodici Olimpi, come il Dio della Guerra in senso generale, ma si tratta di un’imprecisione: in realtà Ares è il Dio soltanto degli aspetti più selvaggi e feroci della guerra, e della lotta intesa come sete di sangue. Egli esprime il lato oscuro e sanguinario della natura umana. I suoi attributi sono l’elmo e lo scudo, talvolta la corazza, e regge sempre una lancia o una spada in mano.
La parola “Ares” fino all’epoca classica fu usata anche come aggettivo, inteso come infuriato o bellicoso, ad esempio si ricordano le forme Zeus Areios, Athena Areia, o anche Aphrodite Areia. Alcune iscrizioni risalenti all’epoca Micenea riportano Enyalios, un nome che è sopravvissuto fino all’epoca classica come epiteto di Ares.
Nelle sue sanguinose celebrazioni, si accompagnano a lui la sorella Eris (Discordia) ed i figli Febo e Deimo (Paura e Terrore). La natura violenta del Dio si unisce alla passione sessuale, per questo Ares è spesso rappresentato in coppia con Afrodite, da cui genererà Eros.
Non c’è da stupirsi se il culto di Ares abbia il suo centro proprio nella bellicosa Sparta, dove spesso gli vengono sacrificati cuccioli di cane. Ad Atene invece il suo santuario è l’Areopago, dove si riuniva l’alta Corte di Giustizia per giudicare crimini come l’omicidio, sublimando lo spirito della guerra nell’esercizio della giustizia.
Per i Greci Ares era un Dio del quale diffidare sempre. Il suo luogo di nascita e la sua vera residenza si trovavano in Tracia, ai limiti estremi della Grecia, paese abitato da genti barbare, dove fiorì una civiltà estremamente bellicosa; e proprio in Tracia, Ares decise di ritirarsi dopo che venne scoperto a letto con Afrodite.
Dalla sua relazione con Afrodite nacquero due figli, Deimos e Fobos, che personificavano gli spiriti del terrore e della paura. Sorella e degna compagna del sanguinario Ares era Enio, Dea degli spargimenti di sangue, poi Bia, la violenza, e Cratos, la forza bruta.
Solitamente Ares scendeva in guerra accompagnato da Kydoimos (il demone del frastuono della battaglia), dai Makhai (spiriti della battaglia), dagli Hysminai (gli spiriti dell’omicidio), da Polemos (uno spirito della guerra minore) e dalla figlia di Polemos, Alala, personificazione del grido di guerra dei Greci ed il cui nome, Ares decise di usare come proprio grido di guerra. Suo fedele soldato fu anche Alettrione.
Anche Atena è la Dea della Guerra, ma il suo campo di azione è quello delle strategie di combattimento e dell’astuzia applicata alle battaglie, mentre Ares si diverte e si esalta per gli scoppi di furia e violenza, più graditi da Ares se improvvisi e subdoli, che in guerra si manifestano, e per tutte le atrocità connesse o meno alla guerra (risse, barbarie, razzie…); non a caso Eris è sua sorella, gregaria ed anche, in alcuni testi, una delle sue amanti. Fra i suoi animali sacri c’erano il cane e l’avvoltoio.
Pur essendo protagonista nelle vicende belliche, raramente Ares risultava vincitore. Era più frequente, invece, che si ritirasse vergognosamente dalla contesa, come quando combatté a fianco di Ettore contro Diomede, o nella mischia degli Dèi sotto le mura di Troia: in entrambi i casi si rifugiò sull’Olimpo perché messo in seria difficoltà, direttamente od indirettamente, da Atena.
Altre volte la sua furia brutale si trovò contrapposta e vanificata da eroi o semidèi, per esempio dalla lucida astuzia e dalla forza di Eracle, come nell’episodio dello scontro dell’eroe con suo figlio Cicno.
Ares aveva una quadriga trainata da quattro cavalli immortali dal respiro infuocato, legati al carro con finimenti d’oro. Tra tutti gli Dèi si distingueva per la sua armatura bronzea e lucente, ed in battaglia abitualmente brandiva una lancia. I suoi uccelli sacri erano il barbagianni, il picchio, il gufo reale e, specialmente nel Sud della Grecia, l’avvoltoio.
Secondo le Argonautiche gli uccelli di Ares, muovendosi come uno stormo e lasciando cadere piume appuntite come dardi, difendevano il suo tempio costruito dalle Amazzoni su di un’isola vicina alla costa del Mar Nero. Spesso Ares viene rappresentato su pietra con il colore rosso, rosso come il sangue, simbolo degli atti feroci che si compiono in guerra.
I Romani identificarono Ares con il Dio Marte, che era un’antica divinità degli iIndoeuropei, la cui figura aveva però assunto in territorio italico caratteri diversi, essendo in origine una divinità “rurale” pacifica e benefica, già all’epoca venerato di più rispetto ad Ares. Fu anche assunta dagli Etruschi col nome di Maris.

❂ Il Culto di Ares ❂

Nonostante la sua figura sia importante per poeti ed aedi, il culto di Ares non era molto diffuso nell’Antica Grecia, tranne che a Sparta, dove veniva invocato perché concedesse il suo favore prima delle battaglie e, nonostante sia presente nelle leggende riguardanti la fondazione di Tebe, è uno degli Dèi sul conto del quale, gli antichi miti meno si soffermano.
A Sparta c’era una statua di Ares che lo ritraeva incatenato, a simboleggiare che lo spirito della guerra e della vittoria non avrebbero mai potuto lasciare la città; durante le cerimonie in suo onore venivano sacrificati cani, usanza mutuata dall’antica pratica di sacrificare cuccioli alle divinità ctonie.

Ares 2 Ad Atene, il tempio di Ares nell’agorà, che il geografo Pausania ebbe modo di vedere nel II secolo, era in realtà un tempio la cui destinazione era stata cambiata all’epoca di Augusto. In effetti si trattava di un tempio romano dedicato a Marte.
L’Areopago, ovvero la collina di Ares sulla quale predicò Paolo di Tarso, si trova invece ad una certa distanza dall’Acropoli, e nei tempi antichi vi si svolgevano i processi, e la sua presunta relazione con Ares potrebbe essere solo frutto di un’errata interpretazione etimologica.

❖ Appellativi ed Epiteti di Ares ❖

Enialio (Ενυαλιος, traslitterato anche come Enialo) era un epiteto comune per Ares. È interessante notare che nelle tavolette Micenee in scrittura lineare B, si trova il nome di un Dio chiamato Enialio, mentre “Ares” pare essere semplicemente il sostantivo usato per chiamare la guerra.
Tuttavia in epoca classica la figura di Enialio era stata declassata al rango di eroe (ed in questa veste appare nell’Iliade), mentre Ares era assunto al rango di divinità. Enialio sopravvisse poi come un titolo di culto esclusivamente in alcuni ambiti, come ad esempio il giuramento che gli eEfebi prestavano ad Atene.
Altri epiteti di Ares sono:

      • BrotoloigosΒροτολοιγός, il distruttore di uomini
      • AndreiphontêsΑνδρειφοντης, l’assassino di uomini
      • MiaiphonosΜιαιφόνος, colui che è macchiato di sangue
      • TeikhesiplêtêsΤειχεσιπλήτης, colui che assalta le mura
      • MalerosΜαλερός, brutale

✦ Miti e Leggende ✦

La Fondazione di Tebe
Uno dei miti più importanti riguardo ad Ares è quello che tratta del suo coinvolgimento nella fondazione della città di Tebe in Beozia. L’eroe Cadmo aveva ricevuto dall’Oracolo di Delfi, l’ordine di seguire una mucca e di fondare una città nel luogo ove si fosse fermata.
L’animale si fermò presso una fonte custodita da un drago acquatico sacro ad Ares. Cadmo uccise il mostro e, su consiglio di Atena, ne seminò al suolo i denti: da questi nacquero istantaneamente dei guerrieri, gli Sparti, che aiutarono Cadmo a fondare quella che sarebbe appunto diventata Tebe.
Cadmo, prima di diventarne il re dové però servire Ares per otto anni, al fine di espiare l’affronto fattogli uccidendo il drago, nonché sposare la figlia del Dio e di Afrodite, Armonia, per appianare la discordia tra loro sorta.

Eracle e Cicno
Alcuni racconti parlano di un figlio di Ares che abitava in Macedonia, Cicno, che era così sanguinario da aver tentato di costruire un tempio dedicato al padre usando le ossa e i teschi dei viaggiatori da lui trucidati. Questo mostro venne a sua volta ucciso da Eracle: la morte del figlio suscitò l’ira di Ares che, a sua volta, si scontrò con il più grande degli eroi, finendone però ferito e sconfitto.

Il Tradimento di Afrodite
Nella leggenda cantata dal bardo nel salone del palazzo di Alcinoo, si narra che il Dio del sole Helios, una volta vide Ares ed Afrodite che si incontravano di nascosto nella camera di Efesto, ed andò subito a riferirglielo.
Efesto studiò un sistema per sorprendere in flagrante la coppia, e decise di preparare una catena con la quale legare i due amanti clandestini. Al momento giusto fece scattare la sua trappola e i due finirono così bloccati in una posizione assai intima e compromettente.
Efesto, non ancora soddisfatto, chiamò gli altri Dèi dell’Olimpo per mostrare loro i due sfortunati amanti. Le Dee per modestia si rifiutarono di andare, ma gli Dèi andarono senza indugio: alcuni si abbandonarono a commenti sulla bellezza di Afrodite, altri osservarono che avrebbero volentieri preso il posto di Ares e, in buona sostanza, nessuno perse l’occasione di farsi beffe di loro. Una volta liberati Ares, imbarazzato e pieno di vergogna, se ne andò via tornando in Tracia, la sua terra natia.
Una versione della leggenda di epoca più tarda, dice invece che Ares aveva messo di guardia alla porta il giovane Alectrione affinché lo avvisasse dell’arrivo di Helios, giacché sapeva che se li avesse scoperti lo avrebbe rivelato ad Efesto, ma il giovane finì per addormentarsi. Ares, visto che Alectrione non aveva rispettato le consegne, si infuriò e per punirlo lo trasformò in un gallo, animale che da allora non dimentica mai al mattino di avvisare dell’arrivo del sole.
Oltre alla moltitudine di figli che ebbe dalle Divinità, dalle Ninfe e dalle mortali, quasi al pari di Zeus, tra cui menzioniamo le Amazzoni e Strimone (Dio Fluviale), da Afrodite ebbe Eros (secondo alcune leggende) ed Anteros (Personificazione dell’amore corrisposto).

Ares e i Giganti
Secondo una leggenda risalente all’epoca arcaica, che nell’Iliade la Dea Dione racconta alla figlia Afrodite, i due semidèi Aloadi, Oto ed Efialte, una volta incatenarono Ares e lo imprigionarono in un vaso di bronzo, dove restò confinato per tredici mesi, ovvero un anno lunare. “…e quella sarebbe stata la fine di Ares e dei suoi desideri di guerra, se la bella Eribea, la matrigna dei due giganti, non avesse detto ad Hermes che cosa avevano fatto i due” spiega la Dea alla figlia nel poema.
Ares rimase chiuso nel vaso ad urlare e lamentarsi, finché Hermes non andò a salvarlo, mentre Artemide indusse nel contempo con un trucco Oto ed Efialte ad uccidersi l’un l’altro.

☆ Nell’Iliade ☆

Nell’Iliade Omero mostra come in quella vicenda, Ares non avesse stretto alleanze fisse con alcuno dei contendenti, e neppure mostrasse rispetto per Temi, la personificazione dell’ordine e della giustizia. Promise ad Atena ed Era di schierarsi dalla parte degli Achei, ma Afrodite fu abile a convincerlo a passare invece al fianco dei Troiani.
Nel corso della guerra Diomede, mentre si stava scontrando con Ettore, vide Ares che combatteva nello schieramento troiano ed ordinò così ai suoi uomini di ripiegare lentamente. Il Dio guidò personalmente la mortale lama di Ettore contro numerosi guerrieri Achei, uccidendo Teutrante, Oreste, Treco, Eleno, Enomao ed Oresbio, mentre da solo massacrò il forte Perifante.
Hera, la madre di Ares, si accorse di quest’inopportuna intromissione e chiese a Zeus il permesso di allontanare il figlio dal campo di battaglia. La Dea esortò Diomede ad attaccare Ares, così l’eroe gli scagliò contro una lancia ed il suo urlo di battaglia spaventò tanto i Troiani quanto gli Achei.
Atena fece in modo che la lancia colpisse Ares, che urlando di dolore fuggì sull’Olimpo, costringendo i Troiani a ritirarsi. Durante il contrattacco alle navi, ella decise di scendere sulla terra per vendicare il proprio figlio, affermando di non curarsi di ritorsioni da parte di Zeus, laddove Ares venne fermato da Atena che lo convince a restare, dicendogli che anche le altre divinità sarebbero state punite.
Successivamente, quando Zeus permise agli Dèi di partecipare nuovamente alla guerra, Ares tentò di scontrarsi con Atena per vendicarsi della ferita precedentemente subita, ma fu nuovamente battuto e ferito, quando la Dea lo colpì scagliandogli contro un grosso masso.

~• 5. HERMES •~ 

hermes 2hErmÐv deriva da ™rma, ™max, letteralmente “quello del mucchio di pietre” oppure “steli indicanti le vie”.
Hermes o Ermete (in greco antico Ἑρμῆς) nella religione greca è il Dio del lógos (λόγος, “ragione” o “parola”), messaggero di Zeus. È figlio di Zeus e della Ninfa Maia, la primogenita e la più bella delle Pleiadi.
Queste Pleiadi erano le sette figlie del titano Atlante, che a sua volta era figlio di un Titano, seminatore di discordia, e di Pleione, le quali, perseguitate da Orione, vennero mutate in colombe ed assunte in cielo tra le costellazioni. Ecco perché Hermes veniva talvolta chiamato «nipote di Atlante».
L’Inno omerico ad Hermes lo invoca come: «dalle molte risorse (polùtropos), gentilmente astuto, predone, guida di mandrie, apportatore di sogni, osservatore notturno, ladro ai cancelli, che fece in fretta a mostrare le sue imprese tra le dee immortali».
Dal 1848, quando Karl Otfried Müller ne fornì una dimostrazione, si credeva che il nome Hermes derivasse dalla parola greca herma (greco ἕρμα), che identifica un tipo di pilastro quadrato o rettangolare, decorato in alto con una testa (generalmente barbuta) di Hermes, ed in basso con la raffigurazione di genitali maschili durante l’erezione. Negli ultimi anni però, la scoperta della precedente presenza del Dio anche nel pantheon miceneo, testimoniata dalle iscrizioni in scrittura Lineare B ritrovate a Pilo e a Cnosso che riportano “Hermes Aroia” (Hermes Ariete), hanno fatto propendere per l’opinione opposta, ovvero che dal Dio, il nome sia passato alla sua rappresentazione in forma di pilastro.
In ogni caso l’associazione con questo tipo di costruzioni, usate ad Atene con scopi apotropaici e in tutta la Grecia per segnare le strade ed i confini, ha fatto sì che Hermes diventasse il Dio protettore dei viaggi fatti via terra.
Egli veniva rappresentato come un giovane vigoroso e snello, dalla fisionomia intelligente e benevola. È il Dio più giovane ad entrare nella dodekagon olimpica e, secondo alcuni mitologi, veniva considerato come la personificazione del vento; e certo del vento aveva molti attributi: la velocità, la leggerezza, l’incostanza dei propositi, la monellerie e l’umore scherzoso… Non è forse il vento che scompiglia i capelli per gioco, che ruba i cappelli alla gente, che procede a buffi, a folate, a colpi improvvisi?
È il messaggero degli Dèi, che cerca mediante i suoi “inganni” di ristabilire, fra umano e divino, quel contatto che è andato perduto. Egli funge da interprete, svolgendo questo suo ruolo di messaggero da parte degli Dèi, ed è un compito che divide con Iris. Platone fa sostenere a Socrate: «Hermes è Dio interprete, messaggero, ladro, ingannatore nei discorsi e pratico degli affari, in quanto esperto nell’uso della parola; suo figlio è il logos».
Hermes è il Dio del raggiro, di tutto ciò che è oscuro ed enigmatico. Incredibilmente pieno di inventiva, il piccolo Hermes fu un bambino molto precoce: già nel suo primo giorno di vita architettò un magistrale inganno ai danni del fratello Apollo ed inventò la lira, un paio di particolarissimi sandali, il fuoco (la figura di Hermes come inventore del fuoco può essere accostata a quella del Titano Prometeo), il sacrificio agli Dèi e la siringa, e si credeva che avesse inventato anche molti tipi di competizioni sportive e la pratica del pugilato; per questo era considerato il protettore degli atleti.
Da Hermes deriva la parola ermeneutica, ovvero l’arte di interpretare i significati nascosti. Egli ha la capacità di sfruttare ciò che è imprevisto, momentaneo, casuale, l’istante che passa e non ritorna: il dono del kairçv (“tempo esatto”).
Il suo tempo è la notte, quando ciò che compie non può essere rivelato. La sua mente è pol°tropov, “dalle molte forme”, e poikilomÐtev,”dai molti colori”: ricolma di incanti e di seduzioni, misteriosa, intricata, cangiante.
È un Dio flessibile, in continua trasformazione: se la realtà attorno a lui è molteplice e casuale, lui diventa ancor più multiforme e casuale. È il signore del qÐlgein, ovvero del “saper incantare la mente”, sia degli uomini che degli Dèi, un potere a cui nessuno può resistere.
Tutto è un gioco per lui: è un Dio ludico, che non prende sul serio nemmeno se stesso. Frivolo e leggero, è sempre rappresentato appena adolescente, ancora infantile, con dei calzari ed un copricapo (petaso) alati, mentre impugna il suo tipico bastone con due serpenti d’oro avvoltolati, il caduceo, una sorta di bacchetta magica che ha il potere di indurre un sonno profondissimo, “senza rimedio”. Infatti Hermes, come messaggero degli Dèi era anche il Dio dei sogni, in quanto anche il sogno era considerato come un messaggio di Zeus, e per portare i sogni anche a chi non dormiva, egli aveva la facoltà di chiudere gli occhi dei mortali, toccandoli semplicemente con la sua magica verga.
Hermes ha qualcosa di magico: possiede la cappa che lo rende invisibile, oltre al caduceo che addormenta o risveglia gli uomini. Egli giunge come uno spirito, improvvisamente è presente. «È entrato Hermes» si soleva dire, quando in una riunione calava un improvviso silenzio.
In considerazione alle sue qualità magiche da un lato e alla sua destrezza dall’altro, si finì per ascrivere ad Hermes l’invenzione dell’alfabeto, dei pesi e delle misure.
Dio dei poeti e della letteratura, dell’atletica, dei pesi e delle misure dunque, dei pastori e dei mandriani, e del commercio e dell’astuzia caratteristica di ladri e bugiardi. Era anche il Dio dei ladri perché era un ladro egli stesso, fin dalla notte in cui nacque, quando sfuggì a Maia ed andò a rubare il bestiame al suo fratello maggiore Apollo.
È il protettore di tutti coloro che praticano le arti dell’inganno, pertanto i briganti, i mercanti, gli avventurieri, i bricconi, i bugiardi ed i mistificatori, dei quali possiede tutte le principali qualità: il dono di analizzare la realtà, il senso prensile della materia, la sapienza nelle mani ed infine, la più importante di tutte, un’intelligenza sottile e piena di risorse (ciò che i Greci chiamavano m™tiv), che gli consente di dominare l’Universo.
Hermes è anche il patrono degli araldi, imbonitori ed oratori, ed aiuta sotto questo profilo mercanti ed amanti, magari non sempre sinceri. Una qualità indispensabile di tutti gli araldi è che sapessero ben parlare, in quanto dovevano convincere la gente a cui si rivolgevano, perciò Hermes, araldo degli Dèi, era anche il Dio dell’eloquenza abile, sottile, persuasiva. Egli aveva il dono dell’eloquenza suadente ed efficace, non v’è dubbio che una delle più importanti funzioni mercuriali sia la comunicazione, dunque l’oratoria, ma anche la scrittura, il linguaggio ed ogni forma di comunicazione verbale e non, senza trascurare il gusto per il pettegolezzo. È Hermes che a Pandora infuse in petto l’eloquio brillante, le menzogne e gli astuti discorsi, giusta il volere di Zeus dal cupo fragore e infine le diede voce l’Araldo divino (Esiodo).
Ma è anche il Dio dei confini, che indica la retta via ai viaggiatori: quale protettore dei viaggi, Hermes soffiava sulle vele delle navi per affrettare il loro cammino; in tal modo e con tale ausilio, le navi dei mercanti potevano essere trasportate rapidamente da un emporio all’altro, ed i mercanti potevano vendere prima dei concorrenti le loro merci e realizzare più grossi guadagni. E, dato che per compiere le sue svariate missioni Hermes era sempre in viaggio per il mondo, fu considerato il protettore dei viaggiatori e della sicurezza delle strade. Pertanto nei punti più pericolosi e dove una via si biforcava, veniva in suo onore innalzata un’erma, come dal suo nome era chiamata una pietra quadrangolare, sormontata dalla testa del Dio.
Infine, vista la sua abilità ad attraversare i confini, Hermes accompagna i defunti fino al regno dell’Ade, rivestendo anche il ruolo di psicopompo (Psychopompós, che in greco significa appunto “conduttore delle anime”, l’accompagnatore dello spirito dei morti), e li aiuta a trovare la via per il mondo sotterraneo dell’aldilà. Molte leggende lo ritraggono come l’unico Dio, oltre ad Ade e Persefone, che avesse il potere di entrare ed uscire dagli Inferi senza problemi. In greco un uomo fortunato veniva chiamato “hermaion”.
Ma per comprendere la ragione di questo speciale incarico che gli era affidato, occorre anche ricordare che per gli antichi l’Anima umana era un soffio: un soffio di vento. Per gli antichi Greci in Hermes s’incarnava lo spirito del passaggio e dell’attraversamento: ritenevano che il Dio si manifestasse in qualsiasi tipo di scambio, trasferimento, violazione, superamento, mutamento, transito, tutti concetti che rimandano in qualche modo ad un passaggio da un luogo, o da uno stato, all’altro.
Questo spiega il suo essere messo in relazione con i cambiamenti della sorte dell’uomo, con lo scambio di beni, con i colloqui e lo scambio di informazioni consueti nel commercio nonché, ovviamente, con il passaggio dalla vita a ciò che viene dopo di essa.

Ermes_e_due_galli_Stefano_Tofanelli Nella mitologia romana il corrispondente di Hermes fu Mercurio che, sebbene fosse un Dio di derivazione etrusca, possedeva molte caratteristiche simili a lui, come essere il Dio dei commerci.
Nel pantheon olimpico classico era solitamente ritratto mentre indossava un cappello da viaggiatore dall’ampia tesa, oppure il petaso, il caratteristico cappello alato, con abiti semplici, da viaggiatore, lavoratore o pastore. Spesso era rappresentato o ricordato inserendo nelle opere d’arte i suoi tipici simboli, il gallo e la tartaruga, ma era chiaramente riconoscibile anche per il suo borsellino, i suoi sandali alati ed il bastone da messaggero, il kerykeion.
Quando era rappresentato nella sua accezione di “Hermes Logios”, ovvero il simbolo della divina eloquenza, generalmente teneva un braccio alzato, in un gesto che accentuava l’enfasi dell’orazione.
Nelle epoche più antiche, l’iconografia di Hermes era piuttosto diversa da quella adottata nel periodo classico: era immaginato come un Dio più anziano, barbuto e dotato di un fallo di notevoli dimensioni ma, nel VI secolo a.C., la sua figura fu rielaborata e trasformata in quella di un giovane dall’aspetto atletico. Le statue di Hermes ritratto con il suo nuovo aspetto, furono diffusamente sistemate negli stadi e ginnasi dell’intera Grecia.
Templi dedicati ad Hermes erano diffusi in tutta la Grecia, ma il centro più importante dove veniva praticato il suo culto era Feneo, in Arcadia, dove si tenevano le celebrazioni in suo onore chiamate “Hermoea”.

❈ La Nascita di Hermes ❈

hermesHermes nacque in una grotta spaziosa scavata ai fianchi del Monte Cillene, la più alta cima del Peloponneso, proprio sul confine tra l’Arcadia e l’Acaia: da questo monte provenne l’appellativo, che talvolta gli si dà, di Cilleno.
Secondo quanto racconta l’Inno ad Hermes, sua madre Maia era una Ninfa, ma tradizionalmente quel nome nella cultura greca veniva attribuito a figure diverse, come levatrici o nobildonne di una certa età; si doveva quindi trattare di una Ninfa anziana o più probabilmente di una Dea. In ogni caso era una delle Pleiadi, figlie di Atlante, che si erano rifugiate in una grotta del monte Cillene.
Appena nato, Hermes si liberò da sé delle fasce in cui lo avevano ravvolto, ed uscì quatto quatto dalla caverna. Fatti pochi passi, s’imbatté in una tartaruga. La raccolse, estrasse l’animale dal guscio e sulla cavità di questo, tese sette corde, fabbricando così una cetra che generava un suono dolcissimo.
Ma subito un’altra idea gli germogliò nella mente, e via di corsa fino in Pieria, nella Tessaglia, dov’erano sparpagliate le mandrie di buoi, di proprietà di Admeto, che Apollo faceva pascolare in quei prati.
Il piccolo Dio vi giunse a notte fatta e, senza perder tempo, s’impossessò di cinquanta capi di bestiame. Poi, con sottile malizia, affinché le tracce lasciate dagli zoccoli dei buoi sul terreno non lo tradissero, tirò i buoi per la coda, facendoli camminare a ritroso: in tal modo egli dava l’impressione che i buoi non si allontanassero dal pascolo, ma vi tornassero.
Giunto, dopo un lungo tragitto, sulle rive del fiume Alfeo, in Elide, scoprì una spelonca sotterranea molto profonda, la cui apertura era ben dissimulata tra i cespugli, molto adatta pertanto a dare un ricetto segreto alla refurtiva; il Dio vi racchiuse dentro i buoi rubati, e spuntava già l’alba quando egli fu di ritorno nella grotta nativa del Monte Cillene. Si rimise tranquillamente nella culla, si avvolse alla meglio nelle fasce e finse di dormire.
Appena giorno, Apollo si accorse immediatamente dei buoi che mancavano, e siccome era il Dio dei vaticini e degli indovini, seppe subito chi avesse commesso il furto. Entrò dunque nella grotta che ospitava il Dio e svegliò Maia, dicendole con voce severa che Hermes doveva restituirgli la mandria.
Maia indicò il fanciullo che, ancora avvolto nelle fasce, dormiva profondamente. «Le tue sono accuse assurde!» urlò.
Ma Apollo era sicuro di ciò che aveva saputo, interpretando il volo di un uccello dalle lunghe ali; svegliò dunque Hermes e gli chiese conto del furto.
Hermes cadeva dalle nuvole. Lui non sapeva nemmeno che cosa fossero i buoi. E come avrebbe potuto un lattante, nato da appena un giorno, rubare cinquanta buoi con le sue manine piccine piccine che non sapevano ancora stringere? Come poteva recarsi tanto lontano, in Tessaglia, con i suoi piedini che non avevano ancora mosso i primi passi?
Apollo, all’udire come quel bambinello malizioso sapeva infilzare bugie, aveva una gran voglia di ridere, ma, sforzandosi di fare la faccia feroce, gli minacciò terribili castighi se non obbediva all’istante.
Infatti agguantò l’infante, lo portò sull’Olimpo e lo accusò formalmente di furto, presentando come prova alcune pelli che aveva trovato all’esterno della grotta, e che aveva riconosciuto come dei buoi rubati.
Zeus, a cui ripugnava di credere che il suo figlioletto appena nato fosse un ladro, invitò Hermes a dichiararsi innocente, ma Apollo non si lasciò abbindolare ed Hermes, alla fine, cedé e confessò.
«Vieni con me» disse ad Apollo «e riavrai le tue bestie. Ne ho uccise soltanto due, tagliandole in dodici parti uguali da sacrificare ai dodici Dèi.»
«Dodici Dèi?» chiese Apollo stupito. «E chi sarebbe il dodicesimo?»
«Il tuo servo, signore» replicò Hermes, con finta modestia, «e ti assicuro che ho mangiato solamente la mia parte, benché avessi una gran fame, bruciando sull’altare le altre undici.» Quello fu il primo sacrificio cruento in onore degli Dèi.
I due Dèi ritornarono sul Monte Cillene dove Hermes salutò sua madre, ed andò a frugare sotto una pelle di capra per prendere qualcosa che aveva nascosto.
«Che hai lì?» chiese Apollo. Per tutta risposta, Hermes gli mostrò la cetra e suonò una melodia così dolce, servendosi del plettro, e cantò una canzone così lusinghiera elogiando l’intelligenza, la nobiltà e la generosità di Apollo, che questi si struggeva di averla.
Hermes diede allora prova di saper fare bene gli affari e rispose che, in quanto a lui, gli avrebbe regalato volentieri la cetra, purché Apollo gli avesse lasciato i cinquanta buoi. Così fu stabilito, e da quel giorno i due diventarono ottimi amici.

Di questo mitico furto è possibile una spiegazione in chiave naturalistica: i buoi di Apollo simboleggiano le nubi che coprono il cielo, e che il vento disperde e nasconde non si sa dove. Il Sole, che vede tutto, le scopre dal loro nascondiglio e con l’aiuto del vento, fa tornare a pascere nelle praterie celesti.

Mentre le mucche pascolavano pigramente, Hermes tagliò una canna, ne fece uno zufolo da pastore e suonò un’altra melodia.
E Apollo, di nuovo deliziato, strepitò: «Facciamo un baratto! Tu mi dài lo zufolo, ed io ti do il bastone dorato che utilizzo per radunare il bestiame; in futuro tu sarai il Dio di tutti mandriani e di tutti i pastori.»
«Il mio zufolo vale più del tuo bastone» replicò Hermes «ma accetto di fare il baratto se m’insegni l’arte augurale, che mi sembra molto utile.»
«Questo non lo posso fare» replicò Apollo «ma se andrai dalle mie vecchie nutrici, le Trie che vivono sul Parnaso, esse t’insegneranno a leggere il futuro nei sassolini.»
In seguito le Trie (la triplice Musa del Parnaso, divinità delle montagne) insegnarono ad Hermes come predire il futuro, osservando la disposizione dei sassolini in un catino pieno d’acqua, ed egli stesso inventò poi il gioco divinatorio degli astragali.
Hermes aiutò le tre Moire a comporre l’alfabeto, inventò l’astronomia, la scala musicale, la coltivazione dell’olivo e come anzidetto, la bilancia e le misure di capacità.

L’Araldo degli Dèi
Zeus invitò Hermes a rispettare d’ora in poi la proprietà altrui, e a non proferir più spudorate bugie, ma non poté trattenersi dal sorridere. «Mi pare che tu sia un piccolo Dio molto ingegnoso, eloquente e persuasivo.»
«E allora fa di me il tuo araldo, oh Padre!» rispose Hermes. «Io custodirò i beni divini e non pronunzierò mai bugie, benché non possa promettere di dire sempre tutta la verità.»
«Da te non me la potrei mai aspettare» rise Zeus «ma i tuoi compiti non si limiteranno a questo. Dovrai presiedere alla stipulazione dei trattati, favorire i commerci e proteggere i viaggiatori su tutte le strade del mondo.»
Hermes accettò le sue condizioni, e Zeus gli diede una verga da araldo adorna di bianchi nastri, che tutti avrebbero dovuto rispettare; un berretto rotondo che gli riparasse il capo dalla pioggia, ed aurei sandali alati che lo avrebbero portato dovunque con la rapidità del vento.
Egli fu accolto con entusiasmo dalla famiglia degli Dèi Olimpici, ed insegnò loro ad accendere il fuoco, facendo roteare rapidamente un bastoncino nella fessura di un ceppo.

I nastri bianchi araldici che ornavano la verga di Hermes furono più tardi erroneamente scambiati per serpenti, poiché il Dio era araldo anche di Ade. Secondo un’altra tradizione, invece, era il bastone magico che Apollo gli regalò, ad avere già come ornamento i serpenti.

Quindi Hermes non era un semplice nunzio delle volontà divine, come Iris. Hermes era un messaggero assai più importante: egli riceveva infatti da Zeus o dagli altri Dèi, le missioni più delicate ed aveva la libertà di trattarle a suo modo, poiché gli Dèi avevano molta fiducia nella sua furberia, e nell’abilità e prudenza con cui portava a buon fine ogni incarico, per quanto difficile e complicato.
Era molto devoto e fedele a suo padre Zeus: quando la Ninfa Io, una delle amanti di Zeus, fu catturata da Hera e custodita dal gigante dai cento occhi Argo, Hermes su ordine del padre andò a salvarla, addormentando il gigante con canti e racconti, e quindi decapitandolo con una spada ricurva.
Tra le altre infinite mansioni, fu mandato a liberare Ares quando cadde prigioniero di Oto e di Efialte; a persuadere Hades a restituire per qualche tempo Persefone alla madre Demetra; a condurre Hera, Afrodite ed Atena sul monte Ida, nella Troade, al giudizio di Paride; a guidare il re Priamo fino alla tenda di Achille, per riavere il cadavere del figlio Ettore; a proteggere Ulisse contro i raggiri di Circe; a salvare Dioniso infante, dall’ira di Hera.

✦ Hermes nei Miti Greci ✦

      • L’Iliade. Nell’Iliade, Hermes aiuta il re di Troia ad entrare di nascosto nell’accampamento per parlare con Achille, e convincerlo a restituirgli il corpo di Ettore.
      • L’Odissea. Nel libro V dell’Odissea, Hermes viene inviato a chiedere alla Ninfa Calipso che Odisseo sia lasciato andare. Nel libro X protegge invece Odisseo, dandogli un’erba magica che lo rende immune dagli incantesimi di Circe.
      • Perseo. Hermes aiutò Perseo ad uccidere la gorgone Medusa, dandogli i suoi sandali alati ed il falcetto di Zeus. Diede a Perseo anche l’elmo di Ade che aveva il potere di rendere invisibili, consigliandogli di usarlo per non farsi vedere dalle immortali sorelle di Medusa. Anche Atena fornì il proprio aiuto a Perseo, prestandogli il suo scudo lucente.
      • Prometeo. Nell’antica tragedia Prometeo incatenato (attribuita ad Eschilo), Zeus invia Hermes a discutere con l’incatenato Titano di una profezia fatta da Prometeo stesso, che prevedeva che Zeus sarebbe stato rovesciato dal suo trono.

❖ La Discendenza di Hermes ❖

      • Pan. Pan, il Dio della natura, dei pastori e delle greggi dall’aspetto di un Satiro, era considerato figlio di Hermes e della Ninfa Driope. Nell’Inno Omerico a Pan, dopo averlo partorito la madre di Pan fuggì via dal neonato, spaventata dal suo aspetto.
      • Ermafrodito. Ermafrodito era figlio di Hermes e di Afrodite. Fu trasformato in un ermafrodito quando gli Dèi concessero, alla lettera, a lui e alla Ninfa Salmace di non separarsi mai.
      • Priapo. Il Dio Priapo era figlio di Hermes e Afrodite. Attraverso la figura di Priapo si perpetua il ricordo dell’origine di Hermes come divinità fallica. Secondo fonti diverse, Priapo era invece figlio non di Hermes, bensì di Dioniso.
      • Eros. Secondo alcune fonti il malizioso Dio alato dell’Amore Eros, figlio di Afrodite, era stato concepito con Hermes, anche se la paternità è stata attribuita anche ad altri Dèi, come Ares ed Efesto. La Teogonia di Esiodo afferma che Eros era nato dal nulla, e che la sua venuta al mondo era precedente agli Dèi. Nella mitologia romana Eros prese il nome di Cupido.
      • Tyche. La Dea della Fortuna e del Caso Tyche (in greco Τύχη) o Fortuna, secondo alcune leggende era figlia di Hermes e Afrodite.
      • Abdero. Abdero fu un figlio di Hermes che finì divorato dalle cavalle di Diomede, quando accompagnò Eracle a compiere la sua impresa.
      • Autolico. Autolico, il principe dei ladri, era figlio di Hermes e fu il nonno di Odisseo.

~• 6. EFESTO •~ 

EfestoEfesto (in greco, attico: Ἥφαιστος, Héphaistos, dorico: Ἇφαιστος, Áphaistos) nella Mitologia Greca è il Dio del fuoco, della tecnologia, dell’ingegneria, della scultura e della metallurgia, fu il fabbro degli Dèi. È uno dei figli di Zeus ed Era; suoi fratelli sono Marte, Ebe, Ilizia. I suoi simboli sono il martello da fabbro, l’incudine e le tenaglie. In qualche rappresentazione è ritratto con una scure accanto.
Dio del Fuoco, simbolo di coscienza e di intelletto, e di tutte le arti che richiedono una lavorazione col fuoco. Accanto a Prometeo, Efesto è venerato all’Accademia di Atene, sede della filosofia. I suoi attributi sono l’incudine e il martello, e talvolta è circondato dai Ciclopi, suoi aiutanti.
Viene spesso chiamato “dio zoppo”, e fu proprio a causa della sua deformità che venne scacciato dall’Olimpo e costretto a vivere per nove anni in una grotta in fondo al mare. Venne infine riammesso, ma rimase associato ai vulcani e agli sconvolgimenti della terra. Poiché, non avendo qualità fisiche, doveva fare affidamento sul suo genio e sull’abilità manuale, era un Dio molto amato dal popolo, in particolare dagli artigiani.
La sua connessione alle turbolenze lo lega anche ad Afrodite, della quale è il marito legittimo, sebbene infelicemente; il matrimonio tuttavia è significativo, poiché entrambi mostrano grande passione e indisciplina, con grande disappunto di Zeus. Nel ridicolo finivano le sue storie d’amore: Atena lo respinse, Afrodite lo tradì, e tuttavia un mito lo faceva sposo fortunato di Aglaia (la più giovane delle Cariti). Gli si attribuivano parecchi figli, tra cui Erittonio e Palemone.
Efesto è anche autore di splendidi oggetti metallici, che compaiono in diverse leggende e miti (le più famose sono gli scudi di Zeus e Atena, e le armi di Achille). L’armatura è il simbolo spirituale della forza necessaria per affrontare tutto ciò che c’è di distruttivo al mondo; a causa delle sue limitazioni, Efesto comprende bene il dolore che spesso le guerre possono provocare, molto più di tutti gli altri Dèi.
Dio greco, simbolo dell’esperienza del fuoco come elemento di civiltà e, quindi, di ordine, tanto a livello cosmico quanto a livello umano. In cosmogonia gli si attribuiva il perfezionamento dell’Universo ottenuto con la costruzione di solide dimore per gli Dèi, quale garanzia dell’assetto cosmico, ed aveva inoltre fornito a Zeus lo scettro per comandare i fulmini e per punire i trasgressori.
Sul piano umano esplicava un’azione civilizzatrice con l’introduzione della lavorazione dei metalli e la protezione degli artigiani, sulla cui opera si fondava parzialmente l’ideale antico della comunità civile. Era adorato in tutte le città della Grecia in cui si trovassero attività artigianali, ma specialmente ad Atene. Nell’Iliade, Omero racconta di come Efesto fosse brutto e di cattivo carattere, ma con una grande forza nei muscoli delle braccia e delle spalle, per cui tutto ciò che faceva era di un’impareggiabile perfezione.
Nonostante la tradizione antica indicasse che la sua fucina si trovava sull’isola di Lemno, i coloni Greci che erano andati a popolare il Sud dell’Italia presero ben presto ad identificare Efesto con il Dio Adranòs, che i miti della zona collocavano sull’Etna, venerato nella città di Adranòn, l’odierna Adrano, e con Vulcano, collegato alle Isole Lipari: queste suggestioni fecero sì che la sua fucina nei versi di aedi e poeti, venisse spostata in tali luoghi. Eliano parla del culto di Efesto nella città di Etna (Inessa), specificando che il tempio ospitava il fuoco inestinguibile e sempre acceso, ed era custodito da cani sacri, capaci di individuare la bontà o la cattiveria del fedele.
Il culto di Efesto era in qualche modo connesso agli antichi (e precedenti alla cultura greca) culti dei Misteri dei Cabiri, che a Lemno erano chiamati anche gli Hephaistoi, ovvero gli uomini di Efesto. Gli appartenenti ad una delle tre tribù che vivevano a Lemno chiamavano se stessi gli Efestini, e sostenevano di discendere direttamente dal Dio.
Nella mitologia romana la figura equivalente ad Efesto era Vulcano, la cui festività cadeva il 23 agosto.

❈ Nascita di Efesto ❈

efesto 2Circa la genealogia divina, Efesto era figlio di Zeus ed Era o, secondo una versione, della sola Era. Destinato a perfezionare il mondo, era imperfetto, e per questo lo si raffigurava zoppo e ridicolo.
Infatti quando nacque, la madre non lo accettò con amore, restò terrorizzata dalla bruttezza dell’essere che la regina degli Dèi aveva generato, lo aveva creduto indegno del consesso divino e, appena nato, lo aveva buttato giù dall’Olimpo, facendolo azzoppare. Il piccolo Dio cadde nell’oceano dove fu raccolto da Teti (la madre di Achille), da Eurionome e le Ninfe del mare, che lo nascosero in una caverna prendendosi cura di lui.
Efesto rimase con loro fino all’età di nove anni e, pur crescendo brutto e storpio, rivelò subito delle eccezionali abilità nel forgiare metalli. Preparata un’officina, all’interno della caverna, egli ricambiò tutto l’amore ricevuto da Teti ed Eurinome fabbricando per loro gioielli d’inestimabile bellezza.
Un giorno Teti, presentandosi ad un banchetto indetto dagli Dèi adornata dai gioielli forgiati da Efesto, fu al centro dell’attenzione di tutte le Dee ma soprattutto di Era che, essendo la regina dell’Olimpo, non poteva essere seconda a nessuno.
Alla fine del banchetto Era chiese a Teti chi fosse stato l’artefice dei tanto ammirati gioielli, e Teti, temendo per il suo protetto, cercò di esimersi dalle domande, ma Era facendosi più insistente la costrinse a confessare. Saputa la verità, Era ebbe qualche rimorso nei confronti del figlio e volle incontrarlo, senza però rivelargli la sua vera identità. Così facendo Era gli commissionò un trono d’oro, Efesto, però, riconobbe subito la madre e cercò di vendicarsi per il male fattogli da piccolo. Quando il trono fu pronto, la regina lo fece ammirare a tutti gli Dèi, esaltando la bravura con la quale era stato lavorato, ma, soprattutto, che chi lo aveva costruito era stato un Dio, suo figlio Efesto, e richiese a Zeus di accettarlo sull’Olimpo.
Tutto era perfetto, soltanto un particolare non andò a genio alla Dea: Efesto si prese la sua vendetta su Era costruendole un magico trono d’oro che, appena ella vi si sedé, la tenne imprigionata con dei lacci trasparenti, non permettendole più di alzarsi. Alle sue grida disperate, tutti gli Dèi andarono a consolarla e Zeus mandò Ermes a cercare Efesto, affinché sciogliesse la madre dal misterioso ordigno, ma egli si rifiutò più volte di farlo e, al contrario, provava gioia per la burla riuscita. Dopo il fallimento di Ermes, fu il turno di Ares ma fu inutile, quindi per ultimo fu mandato Dioniso, che col suo dolce vino ubriacò Efesto, e lo riportò indietro legato sul dorso di un mulo. Efesto acconsentì a liberare Era, ma solo dopo che gli venne concessa in moglie la Dea dell’Amore Afrodite, e Zeus, per sdebitarsi del torto fatto dalla moglie, acconsentì ad offrirgli in sposa Venere.
Un’altra versione del mito narra invece che Zeus concesse Afrodite in sposa ad Efesto perché, dato che era dotato tra tutti del carattere più fermo e costante, in questo modo si sarebbe prevenuta l’ovvia disputa per la sua mano tra gli altri Dèi. In ogni caso quello tra Efesto ed Afrodite fu un matrimonio combinato ed Afrodite, alla quale l’idea di essere sposata con il bruttissimo Efesto non piaceva affatto, iniziò una tresca con Ares, il Dio della Guerra. Alla fine Efesto venne a sapere del tradimento della moglie da Helios, il Dio del Sole che tutto vede, ed organizzò una trappola per sorprenderli in uno dei loro incontri.
Mentre Afrodite ed Ares stavano insieme a letto, Efesto li bloccò con una catena, e per punizione li trascinò così sull’Olimpo per svergognarli davanti agli altri Dèi. Gli Dèi però, alla vista dei due amanti nudi e legati, scoppiarono a ridere e Poseidone convinse Efesto a liberarli, garantendogli che in cambio Ares avrebbe pagato la multa che toccava agli adulteri.
La coppia potrebbe aver finito per divorziare, come suggerisce il fatto che, in Omero, Efesto dice che avrebbe riportato Afrodite a suo padre ed avrebbe chiesto la restituzione della dote nuziale.
I Tebani dicevano che dall’unione di Ares ed Afrodite nacque Armonia, bella quanto la madre. La sua unione con Efesto invece non sembra aver dato alcun frutto, a meno che Virgilio non parlasse seriamente, quando affermò che il loro figlio fosse stato Eros. Alcuni autori posteriori hanno tentato di spiegare quest’affermazione dicendo che il Dio dell’Amore sia stato in realtà figlio di Ares, ma in seguito venne adottato da Efesto come suo.
Nell’Iliade di Omero l’amante di Efesto è un’Afrodite in piccolo, Charis (la Grazia) o Aglaia (la Gloriosa), una delle Grazie, come le chiama Esiodo nella Teogonia. Oltre ad Afrodite, ad Efesto sono attribuite anche altre tre mogli:

      • Nell’Iliade gli viene attribuita come moglie Carite, la Grazia per eccellenza, ma tale tradizione non trova riscontro in altri miti.
      • Sull’isola di Lemno la Nereide Cabiro, dalla quale ebbe due figli chiamati i Cabiri.
      • In Sicilia la Ninfa Etna e i suoi due figli, divinità dei geyser siciliani (lago di Naftia presso Palagonia), presero il nome di Palici.

Efesto sull’Olimpo fu bene accettato perché iniziò a costruire palazzi ed oggetti utili agli Dèi, come il tridente di Poseidone, il carro del sole, spade, elmi ed altro.
Col tempo Efesto dimenticò il torto subito dalla madre e si affezionò a lei, e proprio perché la difese durante un litigio col marito, egli fu scaraventato giù dall’Olimpo, però questa volta per mano del padre, perché aveva liberato sua madre Era che, dopo tale litigio, il re degli Dèi con una catena d’oro aveva appeso tra il cielo e la terra.
Efesto cadde per nove giorni e nove notti, atterrando infine sull’isola di Lemno dove divenne un grande artista ed artigiano: fu quindi ammesso nuovamente tra gli Olimpi, quando gli Dèi vennero a conoscenza della sua straordinaria abilità.
In seguito, stanco per essere deriso per la sua goffaggine, decise di lasciare per sempre l’Olimpo e di rifugiarsi nelle viscere del monte Etna. Qui, aiutato dai Ciclopi, proseguì la sua abilità di lavorare qualsiasi oggetto.

✦ Il Mito di Efesto ✦

vulcanoEfesto e suo fratello Ares erano figli di Era concepiti, a seconda delle varie versioni della leggenda, con o senza la partecipazione di Zeus. Secondo i miti classici e le versioni più tarde, Era lo mise al mondo da sola, gelosa del fatto che Zeus, sempre da solo, avesse dato i natali ad Atena.
Ma Era, in termini di storia umana, è una divinità precedente a Zeus, pertanto la storia narrata in questo mito potrebbe essere stata invertita; tra l’altro alcune versioni della leggenda della nascita di Atena, narrano che la Dea nacque dopo che Efesto aprì il cranio di Zeus con una martellata, quindi Efesto sarebbe stato già al mondo prima di Atena.
In ogni caso, secondo i Greci il destino della Dea della saggezza e della guerra, e quello del Dio delle fucine che costruiva le armi, erano strettamente legati. Nell’Attica Efesto ed Athena Ergane (ovvero la Dea Atena vista sotto l’aspetto di protettrice di artisti ed artigiani) erano onorati insieme in una celebrazione chiamata Calceia, che si teneva il tredicesimo giorno del mese di Pianepsione. Ad Atene il Tempio di Efesto, chiamato Hephaesteum o Theseum, si trova nei pressi dell’agorà.
Una delle leggende riguardanti il mito della fondazione di Atene, dice che Atena rifiutò di congiungersi carnalmente con Efesto e, quando egli tentò di prenderla con la forza, si smaterializzò all’improvviso dal letto. Efesto finì così per eiaculare in terra, rendendo gravida Gaia che diede in seguito alla luce Erittonio; Gaia diede il bambino ad Atena perché lo allevasse, mentre un serpente vegliava su di lui.
Gaio Giulio Igino interpretò l’etimologia del nome del bambino, unendo la radice della lotta Eri- (quella tra Atena ed Efesto) e Chtonios, ovvero “figlio della terra”.
Efesto era piuttosto grottesco ed era zoppo e deforme dalla nascita (sebbene alcune leggende dicono che questo fosse il risultato della sua caduta dall’Olimpo), dunque riusciva a camminare solo grazie all’aiuto di un bastone.
Le opere d’arte che lo ritraggono lo presentano spesso mentre fatica a reggersi e si appoggia alla sua incudine, mentre in alcuni dipinti trovati su antichi vasi, è rappresentato con i piedi rovesciati all’indietro.

✾ L’Arte di Efesto ✾
(Invenzioni, creazioni, costruzioni, oggetti forgiati)

Efesto realizzò la maggior parte dei magnifici oggetti di cui si servivano gli Dèi, nonché quasi tutte le splendide armi dotate di poteri magici che, nei miti greci, compaiono in mano agli eroi.
Tra le sue realizzazioni ci sono:

      • La sua intera fucina
      • I suoi automi (robot) di metallo, suoi aiutanti
      • Il suo bastone a forma di martello dal manico allungato
      • I gioielli di Teti ed Euriome
      • Gli edifici (le abitazioni) di tutti gli Olimpi (costruiti sull’Olimpo)
      • L’arco di Apollo
      • Le frecce di Apollo
      • Le opere artistiche a Lemno
      • La catena con cui immobilizzò Ares ed Afrodite a letto
      • L’elmo e i sandali alati di Hermes
      • L’Egida, il fenomenale scudo di Zeus
      • Lo scettro di Zeus
      • Le saette di Zeus
      • La cintura di Afrodite
      • Il bastone di Agamennone
      • L’armatura e lo scudo di Achille
      • I battacchi di bronzo di Eracle
      • Il carro di Helios
      • La corazza e l’elmo di Enea
      • La spalla di Pelope
      • L’arco e le frecce di Eros
      • L’intera armatura di Memnone
      • Pandora, la prima donna
      • Talo, il gigante di bronzo guardiano di Creta

I suoi assistenti all’interno della fucina erano i Ciclopi, inoltre costruì degli automi di metallo che, anch’essi, lo aiutavano nel lavoro. Concesse il suo apprendista Cedalione al cieco Orione come guida.
In una delle tante versioni del mito, Prometeo rubò il fuoco che diede poi agli uomini proprio dalla fucina di Efesto.
Costruì anche il maligno dono che gli Dèi fecero agli uomini, ovvero la donna Pandora ed il suo vaso.

~• 7. AFRODITE •~ 

«…La potenza di Zefiro, l’umido stormitore, duttile la rapì dalle onde del mare che sempre scroscia.
Le Ore dal diadema d’oro salutanti la coprirono di vesti immortali, il capo le cinsero del serio d’oro mirabilmente intrecciato.
Nel forellino del lobo d’orecchio le misero fiori preziosi d’oro e ottone, indi ornarono il delicato collo e il seno lucente di collane d’oro di cui esse stesse si fregiano, allorché, cerchi d’oro nei capelli, si recano all’amena danza degli dei e alla casa del padre.
Compiuta l’opra, portarono Afrodite, tutta splendida com’era ornata, agli immortali.
“ Benvenuta ” essi esclamarono, porsero la man destra e ognun la desiderò quale sposa da condurre alla propria magione.
Stupore così e meraviglia destò Citerea dalle ghirlande di violette.»

afrodite1Afrodite (in greco, Aφροδίτη “schiuma”), nelle religioni dell’Antica Grecia è la Dea dell’amore, della bellezza, della sessualità, della sensualità, della lussuria e dei giardini. Il mirto, la rosa, la colomba, il passero ed il cigno, erano a lei sacri. Suo equivalente nella religione romana, è Venere.
È nata dalla spuma, emergendo dal mare vicino a Cipro, senza il beneficio di una nascita normale, poiché generata dal violento smembramento del fallo di Urano da parte di Crono; ella nacque dopo che quest’ultimo spodestò il padre, Urano appunto, a colpi di falce. Quando il sangue divino cadde sul mare, l’acqua cominciò a ribollire, e sorse su di una conchiglia e sospinta da Zefiro, Venere in tutto il suo splendore.
Vicino alla riva, che giocavano, c’erano le Ore, figlie di Teti, che quando avvistarono la Dea, corsero verso di lei per coprirla con veli ed intrecciarle i biondi capelli con corone di fiori. Zeus, vedendo la Dea, l’accolse sull’Olimpo come figlia adottiva, subendo però l’ostilità delle altre Dee.

“Era immaginata bella e fiorente, tutta riso il sembiante, tutta oro l’abbigliamento; spirava dalla sua persona soave odore d’ambrosia, e allorchè ella si toglieva e dispiegava il cinto della sua bellezza, ogni cosa piegavasi all’incanto che emanava dal suo corpo.”

Oltre al suo ruolo di Dea dell’Amore, Afrodite è anche una Dea della Natura. Sotto di lei sono il vento, il cielo mutevole e le tempeste, degli umani e non: per i Greci infatti la Natura comprendeva fenomeni naturali ed umani insieme, ed Afrodite manifestava gli aspetti caotici di entrambi.
Esercitava la sua influenza su tutti gli elementi, in particolare sul mare e i naviganti: un mare calmo, sicuro, è opera sua quanto di Poseidone. È anche la Dea delle piante, dei germogli, della fertilità di giardini e boschi.
Nelle vicende umane si manifesta come passione amorosa, il potere irresistibile che spinge uomini e Dèi a comportamenti irrazionali. Per questo è una Dea potente, ed ha una sfera d’influenza immensa: l’amore infatti si ripercuote anche nella vita civile, assicurando le nascite e l’armonia tra le classi.
È sempre raffigurata sorridente e di una bellezza ideale, spesso seminuda accanto a rose, al mirto o alle mele, e porta con sé incantesimi per annebbiare la volontà ed indurre alla passione; al suo seguito possono esserci colombe, passeri, conigli e cigni; in sua compagnia sono quasi sempre il figlio Eros e le Tre Grazie (Persuasione, Desiderio e Brama). Queste personificazioni dell’amore dimostrano come gli Dèi riflettessero i comportamenti umani, e come il mito servisse a guidare il comportamento dei Greci; in questo senso, Afrodite contribuisce a rappresentare la lotta fra materia e spirito nella condizione umana.
In molti dei miti che la riguardano, viene caratterizzata come vanitosa, stizzosa e permalosa. Di frequente è sinonimo di donna che vuole essere sempre seduttiva, che mantiene un rapporto con gli uomini di tipo puramente erotico, e privo di natura spirituale e di scambio intellettuale. La studiosa Ginette Paris nel suo libro La rinascita di Afrodite, rivaluta questo archetipo come simbolo di amore civilizzatore, che si oppone da un lato alla pornografia vuota, che vede il corpo come intercambiabile e privo di unicità, e dall’altro all’amore spirituale e disincarnato, tipico della cultura greca e cristiana.
La donna che s’ispira ad Afrodite, avendo il buonsenso di non incarnare l’archetipo stesso, può diventarne “sacerdotessa”, portatrice di un modo di vivere ispirato alla bellezza e al godimento dell’altro. Bellezza non intesa come perfezione o vanità egoica, ma come dono totale di sé attraverso l’amore sensuale. Il desiderio per Afrodite è fondamentale, ciò che le reca offesa è piuttosto il sesso meccanico e vuoto, o ancora la negazione della propria sessualità come se fosse un bisogno sporco ed inferiore. Anche la moda e la cura di sé, sono a servizio del godimento e della bellezza, portatori di unicità, non di conformismo e mai per un compiacimento egoico.
Afrodite fu la moglie infedele di Efesto, era una delle poche divinità del Pantheon greco ad essere sposata, ma ebbe una relazione con Ares, il Dio della Guerra, Adone ed Anchise, da cui nacque Enea, destinato a fondare la civiltà dei latini. Efesto, naturalmente, è una delle più placide tra le divinità elleniche, tuttavia Afrodite sembra preferire ed egli Ares, il volatile Dio della Guerra.
Nell’Iliade va in battaglia per salvare suo figlio Enea, ma abbandona Ares (in effetti lo lascia cadere mentre vola in aria), quando lei stessa viene colpita. Ed è lei ad essere la causa originale della Guerra di Troia: non solo dà il via alla situazione offrendo Elena a Paride, ma il rapimento venne compiuto quando Paride, vedendo Elena per la prima volta, venne infiammato dal desiderio di averla, il che rientra nel dominio di Afrodite. Il suo dominio può riguardare l’amore, ma non riguarda basilarmente l’amore romantico, piuttosto tende sovente verso la lussuria, l’irrazionale voglia umana.
Ad Atene essa fu detta la maggiore delle Moire e sorella delle Erinni, mentre altrove Melenide (“la nera”), un nome che Pausania tenta di spiegare ingegnosamente sostenendo che l’amore si fa perlopiù di notte, col favore dell’oscurità; oppure Scotia (“l’oscura”), Androfone (“omicida”) ed anche, secondo Plutarco, Epitimbria (“delle tombe”).
Come signora della Morte e della Vita, Afrodite ebbe molti appellativi che paiono contrastare con la sua fama di Dea bella e compiacente.

❖ Origini del Nome, Epiteti e Titoli ❖

afrodite2Afrodite ebbe numerose Dee simili ed assimilate a lei, nelle altre religioni politeiste dell’antichità, e fra le tante annoveriamo Inanna (controparte Babilonese), Ishtar (controparte Sumera), Hathor (Egiziana), Astarte (Siro-Palestinese), Turan (Etrusca) e Venere (Romana). Ha anche dei parallelismi con le Dee dell’Alba Indoeuropee, come Ushas o Aurora.
L’etimologia del suo nome è tuttora ignota, ma varie sono le ipotesi. Nonostante i tentativi di farne discendere il nome dalla semitica Aštoret, tramite una non documentata trasmissione ittita, rimangono seri dubbi. Ma sembra abbastanza significante la traduzione nell’affascinante lingua albanese, afron= avvicina, e dite= giorno, quindi avvicina il giorno. Nella lingua odierna albanese, Afrodite/Venere si chiama Aferdita.
Il nome Ἀφροδίτη è collegato per etimologia popolare a ἀφρός, “spuma”, interpretato come “sorta dalla spuma”. Ha riflessi nella civiltà etrusca (dal cui idioma pare derivare aprile). Un’idea di Glotta, rifiutata da Hjalmar Frisk, farebbe derivare il nome da πρύτανις, arrivato ai Greci dagli Etruschi come (e)pruni, che significa “signora” o similari.
Gli Antichi conoscevano spesso col nome di Afrodite due divinità diverse: Afrodite Urania, nata dalla spuma del mare dopo che Crono evirò Urano, ed Afrodite Pandemos, nata da Zeus e Dione. Per costoro Afrodite Urania rappresentava l’amore ideale e più spirituale (Urania = “celeste”), mentre Afrodite Pandemos, non solo quello esplicitamente carnale, ma anche addirittura mercenario (pan + demos = di tutto il “popolo”, ed ancora oggi in italiano esiste la locuzione sic, ”Venere pandemia” per definire una meretrice).
Nel Simposio di Platone, il discorso di Pausania distingue tra due manifestazioni di Afrodite, rappresentata da due storie: Afrodite Urania (Afrodite “paradisiaca”), e Afrodite Pandemos (Afrodite “comune”). Queste due manifestazioni rappresentano rispettivamente il suo ruolo nell’omosessualità e nell’eterosessualità.

      • Acidalia (o Cytherea)
      • Ambologera (ἀμβολογήρα), «colei che non invecchia mai, colei la cui bellezza non deperisce», Pausania lo riferisce come un epiteto della Dea presso gli spartani
      • Anadiomene (ἀναδυομένη), «l’emergente» in riferimento all’Afrodite Anadiomene, un dipinto andato perduto di Apelle di Kos, descritto da Ateneo in δειπνοσοφισταί (i commensali dotti o Deipnosofisti)
      • Cipride (κύπρις), letteralmente «originaria di Cipro», in riferimento al mito (una descrizione lirica è presente anche in inni omerici ad Afrodite) che la vede sorgere dalla spuma del mare presso Cipro (dove la Dea godeva di un culto particolare). Il termine compare per la prima volta in Iliade
      • Despina (δέσποινα), «sovrana» (prosatori attici)
      • Etera (ἑταίρα), «amica, compagna, etera»
      • Porne (πόρνη), «meretrice»
      • Calliglutea (καλλιγλυτος), «dal bel sedere», compare in Nicandro
      • Callipigia (καλλιπῦγos), «dalle belle natiche», compare in Ateneo, Deipnosofisti
      • Morfo (μορφώ), «armoniosa» e come sinonimo di bellezza, compare in Licofrone e Pausania
      • Colpode (κολπώδες), «sinuosa» e «[con il] kolpos» (κολπος che letteralmente significa seno) in riferimento alla Dea che indossa il kolpos, ovvero quella parte del chitone ionico che fascia morbidamente il seno (il chitone ionico è infatti stretto sotto il petto da una cintura che lascia ripiegare a sbuffo la veste). Il termine, col secondo significato, compare associato ad Afrodite nella forma ἱοκόλπος («cinta di viole») in Alceo e Saffo
      • Genetyllis
      • Epitragidia
      • Melaina o Melainis, «la nera»
      • Pandemia, «dell’amore triviale»
      • Skotia, «la scura»
      • Anosia, «l’empia»
      • Androphonos, «sterminatrice di uomini»
      • Tymborychos
      • Epitymbidia, «colei che sta sulle tombe»
      • Basilis, «regina»
      • Persephaessa
      • Praxis
      • Vergine, «colei che è una in se stessa»

L’epiteto Acidalia veniva occasionalmente aggiunto al suo nome, dalla sorgente nella quale era solita fare il bagno, situata in Beozia (Virgilio). Veniva anche chiamata Cipride (Omero, Iliade) o Cytherea, dai suoi presunti luoghi di nascita, rispettivamente Cipro e Citera. L’isola di Citera fu un centro del suo culto. Venne associata ad Esperia e di frequente accompagnata dalle Oreadi, le Ninfe dei monti, dalle Cariti e dai suoi figli.

afrodite2 Afrodite aveva una sua festa, l’Afrodisiaco (indicato anche come Afrodisia), che veniva celebrata in tutta la Grecia, ma particolarmente ad Atene e Corinto. A Corinto, i rapporti sessuali con le sue sacerdotesse erano considerati un metodo per adorare Afrodite.
Afrodite viene associata, e frequentemente ritratta assieme a mare, delfini, colombe, cigni, melograni, mele, mirto, rose e limoni.
Anche Venere, il suo alter ego romano, ha molti epiteti: uno di essi è Ericina = “dell’erica” o dal Monte Erice, in Sicilia, uno dei centri del suo culto.
Il principale centro di culto di Afrodite rimase a Paphos, sulla costa sud-occidentale di Cipro, dove la Dea del Desiderio era da lungo tempo venerata come Ishtar e Ashtaroth. Si dice che inizialmente arrivò a Citera, un punto di collegamento commerciale e culturale tra Creta e il Peloponneso. Si ha forse così un’indicazione del percorso del culto originario di Afrodite, da levante alla Grecia continentale.

❈ Nascita di Afrodite ❈

afroditeCome precedentemente accennato, alcuni sostengono che Afrodite nacque dalla spuma del mare, come lo stesso Esiodo, ovvero quando Crono evirò il padre ed alcune sue gocce di sperma caddero in mare. La Teogonia di Esiodo descrive che i genitali vennero trascinati dal mare per un lungo periodo, e spuma bianca sorse dalla carne immortale; dentro ad essa crebbe una ragazza che divenne Afrodite. Quindi Afrodite, cronologicamente, è la prima Dea esistita.
Nell’Iliade (Libro V) si esprime un’altra versione delle sue origini, secondo la quale era considerata una figlia di Dione, che era l’originale Dea oracolare (“Dione“ è semplicemente “la Dea”, la forma femminile di Δíος, “Dios”, il genitivo di Zeus) a Dodona.
In Omero, Afrodite, avventurandosi in battaglia per proteggere suo figlio Enea, viene ferita da Diomede e ritorna dalla madre, per chinarlesi in grembo ed essere confortata. Dione sembra essere un’equivalente di Gea, la Madre Terra, che Omero ha ricollocato nell’Olimpo, che a sua volta fa riferimento ad un ipotetico pantheon originale proto-indoeuropeo, in cui la principale divinità maschile è rappresentata dal cielo e dal tuono, e la principale divinità femminile (forma femminile dello stesso Dio) è rappresentata come la terra od il suolo fertile. La stessa Afrodite viene talvolta indicata come Dione. Una volta che il culto di Zeus usurpò quello dell’oracolo di Dodona, alcuni poeti lo resero il padre di Afrodite.
In alternativa, Afrodite è la figlia di Talassa (essendo nata dal mare) e di Zeus, mentre secondo un’altra fonte è figlia di Poseidone. Queste due versioni, seppur di minima rilevanza, sono interessanti perché suffragherebbero che Afrodite fosse in origine una divinità marina.

✦ Miti e Leggende ✦

Matrimonio con Efesto
Un giorno, volendo rendersi utile, Afrodite si mise a tessere ad un telaio, ma fu sorpresa da Atena, Dea delle Arti, che fraintendendo il gesto di Afrodite, andò subito a lamentarsi con Zeus perché l’arte del tessere era una sua virtù. Afrodite dopo aver fatto le sue scuse ad Atena, decise di non lavorare mai più, e di dedicarsi solamente a far innamorare tutti di lei. Sicché, a causa della sua immensa bellezza, Zeus temeva che Afrodite sarebbe divenuta la causa di violenza tra gli altri Dèi, dunque la diede in sposa a Efesto, il triste Dio del Fuoco.
Esiste un’altra versione della storia. Poiché Era, madre di Efesto, lo cacciò dall’Olimpo perché troppo brutto, egli si vendicò intrappolandola in un trono magico, e richiese la mano di Afrodite in cambio del rilascio di Era. Efesto era colmo di gioia per essere maritato con la Dea della Bellezza, e forgiò i suoi bellissimi gioielli, compreso il cinto, che la rendeva ancor più irresistibile per gli uomini.
L’infelicità per il matrimonio spinse Afrodite a cercare la compagnia di altri, più frequentemente Ares, ma anche Adone, Anchise ed altri. Una volta Efesto colse furbescamente Ares ed Afrodite a letto insieme, e li bloccò con delle catene finemente lavorate, quindi riunì tutti gli altri Dèi dell’Olimpo per dileggiare la coppia (comunque le “Dee restarono a casa, tutte per la vergogna”).
Efesto non li liberò fin quando Poseidone non gli promise che Ares avrebbe pagato delle riparazioni, ma i due fuggirono non appena le catene vennero sollevate, e la loro promessa non venne mantenuta.

Afrodite e Psiche
Afrodite era gelosa della bellezza di una donna mortale di nome Psiche (Psyké), e chiese quindi ad Eros di usare le sue frecce dorate per farla innamorare dell’uomo più brutto della terra. Eros accettò ma si innamorò egli stesso di Psiche (o pungendosi inavvertitamente con una delle sue frecce).
Nel frattempo, i genitori di Psiche erano angosciati perché temevano che la figlia rimanesse senza marito, consultarono un oracolo che disse loro che Psiche non era destinata ad un amante mortale, ma ad un mostro che viveva in cima ad una certa montagna.
Psiche era rassegnata al suo destino e scalò la cima della montagna. Lì, Zefiro, il vento dell’Ovest, la sospinse gentilmente verso il basso, e Psiche entrò in una caverna di detta montagna, sorpresa di trovarla piena di gioielli ed abiti lussuosi. Eros la visitò ogni notte nella caverna, ed ebbero dei rapporti sessuali, Eros le chiese solo di non accendere mai alcuna lampada, poiché non voleva che lei sapesse chi egli fosse (avere le ali lo rendeva individuabile).
Le due sorelle, gelose di Psiche, la convinsero a trasgredire ed una notte ella accese una lampada, riconoscendolo immediatamente. Una goccia di olio bollente cadde sul torace di Eros, svegliandolo e inducendolo a fuggire.
Quando Psiche raccontò alle sue sorelle maggiori cosa era successo, esse gioirono in segreto ed ognuna si recò separatamente in cima alla montagna, per ripetere il modo in cui Psiche era entrata nella caverna, sperando che Eros avrebbe scelto loro. Zefiro invece non le raccolse, ed entrambe morirono precipitando fino ai piedi della montagna.
Psiche andò in cerca del suo amante vagando per la Grecia, quando infine giunse ad un tempio di Demetra, il cui pavimento era coperto da mucchi di granaglie mischiate. Psiche iniziò a suddividere i semi per tipo, e quando ebbe finito, Demetra le parlò, dicendole che il modo migliore per trovare Eros era quello di trovare la madre, Afrodite, e guadagnarsi la sua benedizione.
Psiche trovò un tempio di Afrodite e vi entrò. La Dea le assegnò un compito simile a quello del tempio di Demetra, ma le diede anche una scadenza impossibile per terminarlo. Eros intervenne, dato che la amava ancora, e fece sì che delle formiche sistemassero i semi per lei.
Afrodite s’infuriò per il successo, e le ingiunse di andare in un prato dove pascolavano delle pecore dorate per procurarsi della lana dorata, Psiche andò al pascolo e vide le pecore, ma venne fermata dal Dio del fiume che aveva dovuto attraversare per entrare nel pascolo. Egli le enunciò che le pecore erano cattive e pericolose e che l’avrebbero uccisa, ma se avesse aspettato fino a mezzogiorno, le pecore sarebbero andate a cercare l’ombra dall’altra parte del campo per mettersi a dormire; Psiche poteva quindi raccogliere la lana che era rimasta impigliata tra i rami e sulle cortecce degli alberi, ed Afrodite si infuriò ancor più per lo scampato pericolo ed il nuovo successo.
Alla fine Afrodite sostenne che lo stress del doversi prendere cura del figlio, depresso e malato per via dell’infedeltà di Psiche, le aveva fatto perdere parte della sua bellezza. Psiche doveva recarsi nell’Ade e chiedere a Persefone, la regina degli Inferi, un po’ della sua bellezza da mettere in una scatola nera che le era stata consegnata dalla stessa Afrodite.
Psiche andò fino ad una torre, avendo deciso che il modo più rapido per raggiungere gli Inferi era quello di morire. Una voce la fermò all’ultimo minuto, e le rivelò un percorso che le avrebbe permesso di entrare e fare ritorno ancora viva, oltre a svelarle come oltrepassare Cerbero, Caronte ed altri pericoli sul tragitto. Psiche placò Cerbero, il cane a tre teste, con un dolce al miele, e pagò a Caronte un obolo perché la portasse nell’Ade. Lungo il percorso vide delle mani che spuntavano dall’acqua, una voce le consigliò di lanciarle il dolce al miele, ed una volta arrivata, Persefone le rispose che sarebbe stata lieta di fare un favore ad Afrodite. Al ritorno Psiche pagò nuovamente Caronte, gettò un dolce alle mani e ne diede un altro a Cerbero.
Psiche lasciò gli Inferi e decise di aprire la scatola e prendere per sé una piccola parte della bellezza, credendo che così facendo Eros l’avrebbe sicuramente amata e sarebbe ritornato da lei. Nella scatola c’era però un “sonno infernale” che la sopraffece.
Eros, che l’aveva perdonata, volò da lei e le tolse il sonno dagli occhi, quindi implorò Zeus ed Afrodite affinché dessero il loro consenso al matrimonio con Psiche. Essi accettarono e Zeus la rese immortale, Afrodite danzò alle nozze di Eros e Psiche, e i due ebbero un figlio chiamato Piacere, o (nella mitologia romana) Volupta.

Adone
Afrodite era l’amante di Adone, ed ebbe una parte nella sua nascita. Ella spinse Mirra a commettere incesto col padre Teia, Re di Assiria, ma un’altra versione narra che il padre di Mirra fosse Cinira di Cipro.
Quando Teia scoprì la cosa, si adirò ed inseguì la figlia con un coltello, gli Dèi la trasformarono in un albero di mirra e Adone nacque da questo albero. Secondo altre versioni, fu Afrodite a trasformarla in albero, e Adone nacque quando Teia colpì l’albero con una freccia, o quando un cinghiale usò le sue zanne per strapparne la corteccia.
Una volta nato Adone, Afrodite lo prese sotto la sua ala, seducendolo con l’aiuto di Elena, sua amica, e rimanendo ammaliata dalla sua bellezza ultraterrena. Afrodite lo diede a Persefone affinché lo vigilasse, ma anche Persefone fu meravigliata dalla sua bellezza e si rifiutò di restituirlo. La discussione tra le due Dee venne appianata da Zeus o da Calliope, con Adone che avrebbe passato quattro mesi l’anno con Afrodite, quattro con Persefone, e quattro per conto suo.
Adone alla fine venne ucciso dal geloso Ares. Afrodite fu avvertita di questa gelosia, e le venne detto che Adone sarebbe stato ucciso da un cinghiale in cui si sarebbe trasformato Ares, pertanto cercò di persuadere Adone a rimanere con lei tutto il tempo, ma il suo amore per la caccia fu la sua disgrazia. Mentre Adone cacciava, Ares lo trovò e lo colpì a morte. Afrodite arrivò appena in tempo per udire il suo ultimo respiro.
Si narra anche che Afrodite diede una figlia ad Adone, Beroe.

Il Giudizio di Paride e la Guerra di Troia
Gli Dèi e le Dee, oltre a diversi mortali, vennero invitati al matrimonio di Peleo e Teti, i futuri genitori di Achille.
Solo la Dea Eris (Discordia) non venne invitata, ma questa si presentò con una mela d’oro con iscritte le parole “alla più bella”, che gettò tra le Dee. Afrodite, Era ed Atena sostennero ciascuna di essere la più bella, e di conseguenza il diritto a possedere la mela. Le Dee scelsero di portare la questione all’attenzione di Zeus, che decise di rimettere la scelta nelle mani di Paride.
Era cercò di corrompere Paride offrendogli l’Asia Minore, mentre Atena gli offrì fama e saggezza e gloria in battaglia, ma Afrodite sussurrò a Paride che se l’avesse scelta come più bella, avrebbe avuto in moglie la più bella delle donne mortali, ed egli scelse quest’ultima. Questa donna era Elena.
Le altre Dee si infuriarono per questo, e per mezzo del rapimento di Elena da parte di Paride, fecero scoppiare la Guerra di Troia.

Pigmalione e Galatea
Pigmalione era uno scultore che non aveva mai trovato una donna degna del suo amore. Afrodite ebbe pietà di lui, e decise si mostrargli le meraviglie dell’amore.
Un giorno, Pigmalione venne ispirato da un sogno di Afrodite a scolpire dall’avorio, una donna che assomigliasse all’immagine della Dea, e la chiamò Galatea. Egli s’innamorò della statua e decise che non poteva vivere senza di essa, pertanto pregò Afrodite che eseguì la parte finale del suo piano, e diede vita alla squisita scultura. Pigmalione amò Galatea e i due si sposarono.
Un’altra versione di questo mito narra che le donne del villaggio in cui viveva Pigmalione, erano arrabbiate perché egli non si era sposato. Chiesero allora ad Afrodite di costringerlo a maritarsi, ella accettò e la notte stessa si recò da Pigmalione, esigendo che scegliesse una donna come sposa. Gli disse che se non ne avesse scelta una, lo avrebbe fatto lei al posto suo.
Non volendosi sposare, lui la implorò per avere più tempo, richiedendole di poter fare una scultura che la ritraesse prima di effettuare la scelta. Lusingata, Afrodite accettò.
Egli spese molto tempo facendo piccole statuette di creta della Dea, sostenendo che servivano a poter scegliere la posa giusta. Quando iniziò a creare la vera scultura, fu sconvolto nello scoprire che desiderava finirla, anche se ciò significava che avrebbe dovuto sposarsi con qualcuna, appena ultimato il lavoro. La ragione per cui desiderava terminarla era che si era innamorato della scultura. Più ci lavorava sopra, più questa cambiava, fino a quando non assomigliò più ad Afrodite.
Nello stesso momento in cui Pigmalione si allontanò dalla scultura completata, apparve Afrodite che gli ingiunse di scegliere la sua sposa. Pigmalione scelse la statua, Afrodite gli asserì che non si poteva fare e gli rinnovò la richiesta. Pigmalione gettò le sue braccia attorno alla statua e chiese ad Afrodite di trasformare egli stesso in una statua, così che potesse stare per sempre con lei. Afrodite ebbe pena di lui, e scelse invece di dare vita alla statua.

✧ Altre Leggende ✧

In una versione della storia di Ippolito, Afrodite fu la causa della sua morte. Egli disprezzò la venerazione di Afrodite in favore di quella di Artemide e, per vendetta, Afrodite fece sì che la sua matrigna, Fedra, si innamorasse di lui, sapendo che Ippolito l’avrebbe respinta. Nella versione più popolare della storia, l’Ippolito di Euripide, Fedra cerca vendetta nei confronti di Ippolito suicidandosi e, nella sua lettera di addio, rivelando a Teseo, suo marito e padre di Ippolito, che Ippolito l’aveva violentata. Ippolito era vincolato da un giuramento a non menzionare l’amore di Fedra per lui, e nobilmente si rifiutò di difendersi malgrado le conseguenze. Teseo maledisse il figlio, una maledizione che Poseidone era costretto ad esaudire, e così Ippolito venne abbattuto da un toro inviato dal mare, che mandò nel panico i cavalli della sua biga e distrusse il veicolo. Curiosamente, questo non è il modo in cui Afrodite aveva previsto la sua morte nella tragedia, in quanto nel prologo afferma di aspettarsi che Ippolito ceda al desiderio con Fedra, e che Teseo colga la coppia durante l’atto. Ippolito perdona il padre prima di morire, e Artemide rivela la verità a Teseo, prima di giurare di uccidere uno degli amanti di Afrodite (Adone) per vendetta.

Glauco di Corinto fece incollerire Afrodite, ed ella fece imbizzarrire i suoi cavalli durante i giochi funebri di Re Pelia. I cavalli lo fecero a pezzi, e si suppone che il suo fantasma spaventasse i cavalli durante i Giochi Istmici, ovverosia i giochi in favore di Poseidone.

Nel terzo libro dell’Iliade di Omero, Afrodite salva Paride quando sta per essere ucciso da Menelao. Inoltre, ella fu molto protettiva nei confronti di suo figlio Enea, che combatté nella Guerra di Troia. Diomede quasi riuscì ad uccidere Enea in battaglia, ma Afrodite lo salvò. Diomede ferì Afrodite che fece cadere il figlio mentre volava verso il Monte Olimpo, Enea venne quindi avvolto in una nuvola da Apollo, che lo portò a Pergamo, un luogo sacro di Troia. Qui Artemide guarì Enea.

Afrodite tramutò in pietra Abante per il suo orgoglio. Trasformò in pietra anche Anassarete per aver reagito freddamente alle preghiere di Ifis perché lo amasse, anche dopo il suo suicidio.

Afrodite aiuta Ippomene a vincere una gara di corsa contro Atalanta, per ottenerne la mano, dandogli tre mele d’oro con cui distrarla. Comunque, allorché la coppia si dimentica di ringraziare Afrodite, lei li trasforma in due leoni.

Narra una leggenda che Palinuro, nocchiero di Enea, s’innamorò di una bellissima giovane, Kamaraton, solo che lei rifiutò il suo amore. Disperato, Palinuro si gettò in mare, proprio dove ora sorge l’omonimo paese in provincia di Salerno. Afrodite, vedendo tale rifiuto, si dispiacque e trasformò per punizione la giovane Kamaraton in una roccia, proprio dove sorge ora la cittadina di Camerota, a 10 km da Palinuro, in modo così da farli stare vicini per sempre.

✾ Nella Cultura Popolare ✾

      • Afrodite è nota nella cultura popolare attraverso diverse opere d’arte, quali la Venere di Milo e la Nascita di Venere di Botticelli
      • Nelle serie televisive Hercules e Xena, Afrodite (nella versione italiana identificata col suo nome latino Venere) è stata interpretata come una giovane donna vestita solo di una leggerissima veste rosa
      • Nelle anime Wedding Peach, Afrodite è la regina del Mondo degli Angeli. Questi ultimi sono esseri magici che portano l’amore sulla Terra
      • Nei fumetti della Marvel Comics, Venere è presentata come la prima amante di Ares della quale diventa avversaria, benché quest’ultimo sia ancora innamorato di lei; è anche un componente del gruppo degli Agenti Atlas
      • Nel videogioco God of War III, Afrodite ha un rapporto con Kratos insieme alle sue serve

~• 8. ATENA •~

athenaHAqÐna, nella Mitologia Greca Atena (greco: Ἀθηνᾶ, Athēnâ; ionico Ἀθήνη, Athénē; dorico: Ἀσάνα, Asána) era la Dea della sapienza, particolarmente della saggezza, della tessitura, delle arti e, presumibilmente, degli aspetti più nobili della guerra, mentre la violenza e la crudeltà rientravano nel dominio di Ares. Il nome completo è Pallade Atena, ovvero appartenente alla famiglia dei Pallantidi, simbolo di nobiltà.
È figlia non partorita di Zeus e di Metis (“l’intelligenza previdente”), sua prima moglie. Nacque adulta e già armata dalla testa del padre, fatto che sottolinea la sua identificazione con la sapienza e l’intelletto.
Atena è l’incarnazione della sapienza, estrema vergine, o kçrj, simbolo dell’aspirazione alla saggezza in questa vita; il suo animale sacro è la civetta. Più di ogni altra divinità, Atena rappresenta uno stadio superiore dello sviluppo spirituale, datrice di una purezza che può essere raggiunta solo con grande sacrificio e devozione, seconda in questo solo a Zeus.
La sapienza rappresentata da Atena comprende le conoscenze tecniche usate nella tessitura e nell’arte di lavorare i metalli. I suoi simboli sacri erano la civetta e l’ulivo. In tempo di pace gli uomini la veneravano poiché a lei erano dovute le invenzioni di tecnologie agricole, navali e tessili, mentre in tempo di guerra, fra coloro che la invocavano, aiutava solo chi combatteva con l’astuzia (Metis) propria di personaggi come Odisseo.
Sebbene non di origine greca, Atena divenne subito una delle tre divinità più importanti del Pantheon greco, insieme al padre e al fratello Apollo. La sua dimora più importante è il Partenone (da partjnçv, ”vergine”); qui era rappresentata da una statua d’oro ed avorio alta 9 metri, scolpita dal grande Fidia: recava in mano l’Egida, lo scudo portato anche dal padre come simbolo di potere. Al centro dell’Egida risplendeva lo scudo della Gorgone, o Medusa, che mutava gli uomini in pietra con lo sguardo. È giusto che porti quest’immagine ritratta sul suo scudo, giacché essere mutati in pietra equivale a morire nello spirito; solo la saggezza di Atena può impedire che ciò accada, quella saggezza che dà allo spirito un luogo appropriato, ed allontana dalla Gorgone.
I doni di Atena comprendono la conoscenza intellettuale e spirituale. Suo è anche il dono dell’albero dell’ulivo, fornitore spontaneo di cibo ed olio. Le appartengono la tessitura e la filatura, così come la salute e la sicurezza della pçliv: nell’acropoli ella possiede la sua sede naturale. È sempre rappresentata armata, ed è la Dea della vittoria e della pace. Guerriera possente, la sua vera arma è la saggezza che sconfigge il sanguinario Ares.
Atena ha sempre con sé la sua civetta, o nottola, simbolo di saggezza, indossa una corazza di pelle di capra (chiamata anche Egida, ma per alcuni storici l’Egida è in realtà lo scudo) donatale dal padre Zeus, ed è spesso accompagnata dalla Dea della vittoria Nike.
Quasi sempre viene rappresentata mentre porta un elmo ed uno scudo a cui è appesa la testa della Gorgone Medusa, dono votivo di Perseo. Atena è una Dea guerriera ed armata: nella Mitologia Greca appare come protettrice di eroi quali Eracle, Giasone e Odisseo. Non ebbe mai alcun marito od amante, e per questo era conosciuta come Athena Parthenos (la vergine Atena); da questo appellativo deriva il nome del più famoso tempio a lei dedicato, il Partenone sull’acropoli di Atene.
Dato il suo ruolo di protettrice di questa città, è stata venerata in tutto il mondo greco anche come Athena Polis (Atena della città). Il suo rapporto con Atene era davvero speciale, come dimostra chiaramente la somiglianza tra il suo nome e quello della città.
Il culto della Dea Atena nell’area Egea, risale probabilmente ad epoche preistoriche. Si sono trovate prove del fatto che nell’antichità Atena fosse vista essa stessa come una civetta, o comunque si trattasse di una Dea-uccello: nel terzo libro dell’Odissea assume la forma di un’aquila di mare. La sua Egida decorata potrebbe rappresentare ciò che rimane delle ali di cui era dotata, dal momento che sulle decorazioni di antichi vasi in quel modo viene ritratta.
L’iconografia classica di Atena prevede che sia ritratta in piedi mentre indossa l’armatura e l’elmo, tenuto alto sulla fronte; porta con sé una lancia ed uno scudo sul quale è fissata la testa della Gorgone Medusa. Proprio in questa posizione è stata scolpita da Fidia nella sua famosa statua crisoelefantina.
A prescindere dagli attributi tipici, a partire dal V secolo a.C. sembra esserci stata una sostanziale uniformità di vedute tra gli artisti, su quale dovesse essere l’aspetto della Dea. Un naso importante con un alto ponte, che sembra essere la naturale continuazione della fronte, occhi profondi, labbra piene, una bocca stretta e appena più larga del naso, il collo allungato, ne tratteggiano una bellezza serena ma un po’ distaccata.

❖ Origini del Nome, Epiteti ed Appellativi di Atena ❖

È possibile che il nome “Athena” sia di origine Lidia. Potrebbe trattarsi di una parola composta, derivata in parte dal tirreno ati, che significa “madre”, ed in parte dal nome della Dea Hurrita Hannahannah, che di frequente è abbreviato in Ana.
Sembrerebbe fare la sua comparsa in una singola iscrizione in lingua micenea, nelle tavolette in scrittura Lineare B: in un testo facente parte del gruppo delle “Tavolette della stanza del carro” rinvenute a Cnosso, la più antica testimonianza di scrittura lineare B, si trova “A-ta-na-po-ti-ni-ja”, “/Athana potniya/”. Sebbene questa frase venga spesso tradotta come “Padrona Atena”, letteralmente significa “la potnia di At(h)ana”, che probabilmente vuol dire “La dama di Atene”; non è comunque possibile stabilire con certezza se vi sia una connessione con la città di Atene. Si è rinvenuta anche la forma “A-ta-no-dju-wa-ja”, “/Athana diwya/”, la cui parte finale è la scomposizione in sillabe in Lineare B di quella che in greco è conosciuta come Diwia (in miceneo di-u-ja o di-wi-ja), ovvero “divina”.
Nel suo dialogo Cratilo, Platone fornisce un’etimologia del nome di Atena basata sul punto di vista degli antichi Ateniesi, sostenendo che derivi da “A-theo-noa” (A-θεο-νόα) o “E-theo-noa” (H-θεο-νόα), che significa “la mente di Dio”. Platone ed Erodoto notarono anche che in Egitto, nella città di Sais, si adorava una Dea il cui nome in egiziano era Neith, e la identificano con Atena.

Atena glaukopis (glaucopide). Da Omero in poi, l’epiteto di Atena più comunemente usato in poesia è glaukopis (γλαυκώπις), che viene solitamente tradotto come con lo sguardo scintillante o dagli occhi lampeggianti. Il termine è una combinazione di glaukos (γλαύκος, che significa “lucente”, “argenteo” e, in epoche più tarde “blu-verdognolo” e “grigio”) e ops (ώψ, “occhio” o talvolta “viso”). È interessante notare che glaux (γλαύξ, civetta) deriva dalla medesima radice, probabilmente per i particolari occhi di cui è dotato l’animale. La figura di quest’uccello capace di vedere di notte è strettamente legata alla Dea della saggezza: a partire fin dalle prime raffigurazioni è dipinta con la civetta appollaiata sulla testa. In epoca arcaica Atena potrebbe essere stata una Dea-uccello simile a Lilith, o alla Dea raffigurata con ali ed artigli da civetta sul Rilievo Burney, un rilievo in terracotta mesopotamico degli inizi del secondo millennio a.C.

Atena Tritogenia. Nell’Iliade, negli Inni omerici, nella Teogonia di Esiodo e nella Lisistrata di Aristofane, viene attribuito ad Atena il singolare epiteto di Tritogeneia. Il significato di questo termine non è chiaro: sembrerebbe voler dire nata da Tritone, forse riferendosi al fatto che secondo alcuni antichi miti suo padre era il Dio del Mare o, ipotesi ancor più dubbia, che fosse nata nei pressi del lago Tritone che si trova in Africa.
Un altro possibile significato è tre volte nata o terza nata, riferendosi a lei come terza figlia di Zeus, oppure alludendo al fatto che era nata da Zeus, da Metide ed anche da se stessa; varie leggende la indicano infatti come figlia successiva rispetto ad Artemide ed Apollo, al contrario di altre che ne parlano come della primogenita.

Pallade Atena. Il suo appellativo principale e dunque molto frequente, è Pallade Atena (Παλλάς Αθηνά). L’epiteto potrebbe anche derivare da un’ambigua figura mitologica chiamata Pallade, maschio o femmina che, al di fuori della sua relazione con la Dea, è citata soltanto nell’Eneide di Virgilio.
Secondo alcune versioni della leggenda Atena uccise Pallade per errore, come ad esempio in una versione Pelasgia, secondo la quale Pallade era una compagna di giochi della giovane Atena che la uccise per sbaglio, mentre simulavano un combattimento: Atena prese quindi il nome di Pallade in segno di lutto, per dimostrare il suo rimorso.
Nell’Inno omerico ad Ermes, Pallade era invece il padre della Dea della Luna, Selene. In altre versioni ancora si trattava di uno dei Giganti che Atena uccise nella Gigantomachia. Le cose però potrebbero essere andate in maniera ancora diversa, ed Atena avrebbe soppiantato una precedente mitica Pallade, assorbendola nella sua figura in modo meno “traumatico”, quando questa divenne dapprima Pallas Athenaie, ovvero Pallade di Atene (come Hera di Argo, era Here Argeie), ed infine Pallade Atena, cambiando lentamente ma completamente identità.
Per gli Ateniesi, d’altronde, ella era semplicemente La Dea (è thèa), senz’altro un epiteto molto antico.

Altri Epiteti

  • Atena ErganeCome patrona di artisti ed artigiani
  • Atena ParthenosIl nome con cui veniva adorata sull’Acropoli, specialmente durante le celebrazioni per lo svolgimento delle Panatenee
  • Atena PromachosCome condottiera di eserciti in battaglia
  • Atena PoliasOvvero “Atena della città”, come protettrice di Atene ma anche di altre città tra le quali Argo, Sparta, Gortyna, Lindos e Larissa. In tutte queste città il tempio di Atena era il più importante dell’acropoli
  • Atena AreiaPer il suo ruolo di giudice al processo di Oreste (che viene assolto) per l’assassinio della madre Clitennestra
  • Atena ItoniaDetta così da Itono, figlio di Anfizione. Le era dedicato un tempio a Coronea (Beozia), abbellito con statue di Agoracrito. In onore di Atena Itonia si celebravano le Panbeozie.

❈ La Nascita di Atena ❈

Tra gli Dèi dell’Olimpo Atena viene ritratta come la figlia prediletta di Zeus, nata già adulta ed armata dalla sua fronte, dopo che egli ne aveva mangiato la madre, Metide.
Varie sono le versioni riguardo alla sua nascita, infatti una versione narra che Atena è soltanto figlia di Zeus. Quella più comune sostiene che Zeus si coricò con Metide, Dea della prudenza e della saggezza, ma subito dopo ebbe paura delle conseguenze che ne sarebbero derivate: una profezia affermava infatti, che i figli di Metide sarebbero stati più potenti del padre, fosse stato anche lo stesso Zeus.
Per impedire che questo si verificasse, subito dopo aver giaciuto con lei, Zeus indusse Metide a trasformarsi in una mosca e la inghiottì, ma era ormai troppo tardi: la Dea aveva infatti già concepito un bambino.
Metide cominciò immediatamente a realizzare un elmo ed una veste per la figlia che portava in grembo, e i colpi di martello sferrati mentre costruiva l’elmo, provocarono a Zeus un dolore terribile. Così Prometeo (oppure, a seconda delle versioni, Efesto, Ermes o Palemone) aprì la testa di Zeus con un’ascia bipenne, ed Atena ne balzò fuori già adulta ed armata, e Zeus in questo modo uscì, malconcio ma vivo, dalla brutta disavventura.

atena Alcuni frammenti attribuiti alla storia dal semi-leggendario Sanchuniathon, che si dice essere stata scritta prima della guerra di Troia, suggeriscono che Atena sia invece la figlia di Crono, il leggendario re di Biblo che si narra avesse viaggiato per il “mondo inabitabile”, ed avesse lasciato l’Attica in eredità ad Atena.

✦ Miti e Leggende ✦

Erittonio
Secondo quanto racconta lo Pseudo-Apollodoro, Efesto tentò di stuprare Atena ma non riuscì nell’intento. Il suo seme si sparse al suolo e dalla Terra nacque Erittonio. Atena decise comunque di allevare il bambino come madre adottiva.
Una versione alternativa sostiene che il seme di Efesto cadde sulla gamba della Dea, e che ella se la ripulì con uno straccetto di lana che gettò poi a terra: Erittonio sarebbe così nato dalla terra e dalla lana.
Un’altra leggenda narra che Efesto avesse voluto sposare Atena, ma che la Dea scomparve all’improvviso dal talamo nuziale, cosicché lo sperma di Efesto finì per cadere a terra. Atena affidò poi il bambino, che aveva la parte inferiore del corpo a forma di serpente a tre sorelle (Erse, Pandroso ed Agraulo, figlie di Cecrope) chiuso dentro ad una cesta, avvisandole di non aprirla mai. Agraulo, curiosa, aprì ugualmente la cesta, e la vista dell’aspetto mostruoso di Erittonio fece impazzire le tre sorelle, che si uccisero lanciandosi giù dall’Acropoli.
Una versione diversa di questa leggenda racconta che, mentre Atena era andata a procurarsi una montagna per costruire l’Acropoli, due delle sorelle aprirono la cesta: un corvo vide la scena, e volò a riferirlo alla Dea che accorse infuriata lasciando cadere la montagna, che ora è il Monte Licabetto.
Erse e Pandroso impazzirono per la paura e si uccisero lanciandosi da una scogliera, e neppure il corvo fu risparmiato dall’ira di Atena che, si narra, fece diventare da allora nere le piume di quest’animale.
Erittonio diventò in seguito re di Atene, ed introdusse molti cambiamenti positivi nella cultura ateniese. Durante il suo regno Atena fu frequentemente al suo fianco per proteggerlo.

Agraulo
In una versione del mito di Agraulo, narrata nelle Metamorfosi di Ovidio, Hermes si innamora di Ersea. Quando le tre sorelle si recano al tempio per fare un’offerta sacrificale in onore di Atena, Hermes si avvicina ad Agraulo e le richiede il suo aiuto per sedurre Ersea. Ella in cambio chiede ad Hermes del denaro, e il Dio le dà il denaro che avevano sacrificato ad Atena.
Atena, per punire l’avidità di Agraulo, ordina all’Invidia di possedere Agraulo, questa obbedisce ed Agraulo ne resta pietrificata.

Atena e Poseidone
Atena era in competizione con Poseidone per diventare la divinità protettrice della città che, all’epoca in cui si svolge questa leggenda, ancora non aveva un nome. Si accordarono in questo modo: ciascuno dei due avrebbe fatto un dono agli Ateniesi e questi avrebbero scelto quale fosse il migliore, decidendo così la disputa.
Poseidone piantò al suolo il suo tridente e dal foro ne scaturì una sorgente. Questa avrebbe dato loro sia nuove opportunità nel commercio che una fonte d’acqua, ma l’acqua era salmastra e non molto buona da bere.
Atena invece offrì il primo albero di ulivo adatto ad essere coltivato. Gli Ateniesi scelsero l’ulivo e quindi Atena come patrona della città, perché l’ulivo avrebbe procurato loro legname, olio e cibo. Si pensa che questa leggenda sia sorta nel ricordo di contrasti sorti nel periodo Miceneo, tra gli abitanti originari della città e dei nuovi immigrati.
Una diversa versione della leggenda dice che Poseidone offrì in dono, anziché la sorgente, il primo cavallo, ma gli Ateniesi scelsero comunque il dono di Atena. Si può tra l’altro supporre che uno dei motivi per cui la scelta dei cittadini si orientò in questo senso, fu che Poseidone era considerato una divinità molto difficile da compiacere, che spesso aveva causato distruzioni anche nelle città delle quali era patrono. Atena rappresentava pertanto un’alternativa migliore per il suo carattere meno violento.

Aracne
Figlia di un tintore di lane della Lidia, Aracne era una giovane fanciulla dotata di innate capacità di tessitoria, al punto che i mercanti arrivavano fino al suo piccolo villaggio, Ipepe, per acquistare da lei i tessuti più fini e le tele riccamente tramate.
Aracne, al contrario delle donne sue contemporanee, aveva trovato il modo di emanciparsi dalla figura paterna e dalla stessa società patriarcale e maschile dell’epoca, vantandosi inoltre di essere una tessitrice migliore di Atena, che di quest’arte era la Dea stessa: per questo agli occhi degli Dèi peccò di superbia e insubordinazione all’Ordine universale.
Quando la notizia giunse alle orecchie di Atena (che aveva inventato il femminile telaio ma era altresì guerriera capace di furiosi combattimenti), questa decise di sfidare la fanciulla licia in un duello di tessitoria, a meno che la fanciulla non avesse domandato scusa agli Dèi per la sua arroganza, e di pentirsene.
Aracne esplose in un eccesso d’ira, come osavano gli Dèi accusarla per una sua qualità eccelsa, chi erano loro per incolpare una donna finalmente capace di guadagnarsi da vivere da sola?
Quando la gara ebbe fine, entrambe presentarono agli Dèi e agli uomini le loro tessiture: Atena mostrò una magnifica tela con raffigurati Zeus e gli altri Dèi nel pieno della loro maestosa potenza immortale, mentre Aracne raffigurò su una tela di finissima fattura tutti i soprusi che gli Dèi compivano nei confronti degli uomini, gli stupri di Zeus ed Apollo, nonché le loro infedeltà, l’ira di Era, l’ubriachezza di Dioniso e via dicendo.
Gli Dèi la accusarono di blasfemia, nonostante fosse palese la sua vittoria. La condannarono proprio perché era più brava di una Dea, più astuta degli uomini, più indipendente delle donne. Con che coraggio questa donna sfidava il mondo intero?
Atena, vista la sua effettiva grande abilità, e a causa del soggetto che aveva scelto (dopotutto era la figlia prediletta di Zeus), andò su tutte le furie e, furibonda, si avventò sulla tela e la strappò, aiutandosi e trafiggendola col fuso.
Aracne si disperò e scappò via umiliata a sua volta dagli Dèi, che lei aveva umiliato appena pochi minuti prima. Decise di impiccarsi ad un albero ma proprio mentre stava per buttarsi da un ramo, ecco comparire Atena, mossa da una sottile pietà dopo la sua furia, che la trasformò in un piccolo animale capace di tessere una tela di seta, il ragno, αράχνη appunto, obbligandola a tessere la sua tela per l’eternità.

Perseo e Medusa
Atena aiutò Perseo ad uccidere Medusa, e le fu così data, per decorare il suo scudo o la sua Egida come un orribile trofeo, la testa della Gorgone, capace di pietrificare chi l’avesse guardata. Era stata tuttavia Atena stessa a rendere Medusa ciò che era. Originariamente Medusa era soltanto la più bella delle tre sorelle Gorgoni, ma Medusa fece l’amore con Poseidone (o ne fu stuprata secondo altre versioni) all’interno del tempio di Atena.
Quando scoprì che il suo tempio era stato così profanato, Atena per punirla ne mutò l’aspetto, rendendola mostruosa come le sue sorelle Steno ed Euriale: i suoi capelli si trasformarono in serpenti, e qualsiasi creatura vivente ne avesse incrociato lo sguardo, sarebbe stata mutata in pietra. Atena trasformò anche la parte inferiore del suo corpo in modo tale da renderle, unitamente al potere pietrificante, impossibile avere rapporti sessuali con un uomo.

Ercole
Atena spiegò ad Ercole come scuoiare il leone di Nemea, usando i suoi stessi artigli per tagliare la spessa pelle dell’animale. La pelle del leone, da lui successivamente indossata, diventò uno dei tratti caratteristici dell’eroe, insieme alla clava di legno di ulivo che aveva utilizzato durante la lotta. Atena aiutò Ercole anche in altre delle sue fatiche, come nella lotta contro gli uccelli del lago Stinfalo, e alla sua morte lo condusse nell’Olimpo.

Tiresia e Cariclo
In una versione del mito, Atena accecò il giovane Tiresia, dopo che l’aveva sorpresa mentre faceva il bagno nuda. Sua madre, la Ninfa Cariclo, la supplicò di ritirare la sua maledizione, ma Atena non aveva il potere di farlo e Zeus decise, come riparazione, di dotarlo del dono della profezia.

Odisseo
L’indole astuta e scaltra di Odisseo lo aiutò a conquistare rapidamente la benevolenza e la protezione di Atena, che però non fu in grado di aiutarlo nel viaggio di ritorno verso Itaca, fin quando non giunse sulla costa dell’isola dove Nausicaa stava lavando i suoi panni. Atena entrò nei sogni di Nausicaa per spingerla a soccorrere Odisseo e a rimandarlo quindi ad Itaca.
Dopo il suo arrivo sull’isola, Atena si reca da Odisseo sotto mentite spoglie e gli riferisce, mentendo, che sua moglie Penelope si è risposata, poiché si crede che Odisseo sia morto, ma Odisseo le mente a sua volta, dato che è riuscito a comprendere con chi ha a che fare, nonostante il travestimento.
Compiaciuta dalla sua risolutezza e sagacia, Atena rivela la propria identità ad Odisseo, e gli elenca tutto ciò che ha bisogno di sapere per riconquistare il suo regno. Muta le sembianze dell’eroe in quelle di un vecchio, in modo che non venga riconosciuto dai Proci, e lo aiuta a sconfiggerli, intervenendo a risolvere anche la disputa finale con i loro parenti.

~• 9. APOLLO •~ 

ApolloApollo (in Greco Απόλλων) è Dio protettore delle arti, della medicina, della musica e della profezia, della divinazione e delle pestilenze. HApçllwn, tra i suoi epiteti Fo°bov (splendente), Xanqçv (color d’oro), Mouseg™tjv (duce delle Muse), dall’età ellenistica sarà associato anche al Dio Sole Helios (Febo o Sol Invictus nell’età romana).
Figlio illegittimo di Zeus e di Leto (Latona per i Romani), e fratello gemello di Artemide (per i Romani Diana), Dea della caccia e più tardi assimilata, al pari del fratello, a Selene, divinità protettrice della Luna. Rappresentato come un giovane nel pieno della potenza fisica, egli era nato sotto l’odio di Hera, che in lui vedeva l’ennesima prova dell’infedeltà di Zeus.
È entrato tardi nella religione greca e gli studiosi hanno formulato diverse teorie, ma non hanno nessun vero indizio sulle sue origini; è probabile che sia giunto in Grecia attraverso la tradizione hittita dov’era noto come Apulunas, Dio delle porte.
Egli è il precettore dello spirito d’arte come forma espressiva, della musica e della poesia; anche la parola gli è congeniale, tanto che a lui sono attribuite una serie di massime molto importanti quali “Domina lo spirito”, “Osserva i limiti” e, la più famosa di tutte, “Gnðqi seautèn – Conosci te stesso”, iscritta sul portale del suo oracolo a Delfi; è alla guida delle Muse.
Era dunque patrono della poesia, in quanto capo delle Muse, e viene anche descritto come un provetto arciere in grado di infliggere, con la sua arma, terribili pestilenze ai popoli che lo contrariavano. In quanto protettore della città e del tempio di Delfi, Apollo era anche venerato come Dio oracolare, capace di svelare, tramite la sacerdotessa chiamata Pizia o Pitonessa, il futuro agli esseri umani. Per questo, era adorato nell’antichità come uno degli Dèi più importanti del Dodekatheon, nonché uno dei più temuti.
Guai a chi osasse offendere Apollo, la sorella o la madre Latona, egli era in grado di scatenare pestilenze con le sue strali, e di uccidere all’istante i suoi nemici con frecce scagliate nel cuore. Così fece con i figli di Niobe, regina di Tebe che, eccessivamente fiera dei suoi quattordici figli (sette maschi e sette femmine), aveva deriso Leto per averne avuti solamente due. Per salvare l’onore della madre, Apollo, insieme a sua sorella Artemide, utilizzò il suo terribile arco per ucciderli risparmiandone solo due, facendola impazzire. Sempre lui aiutò Paride ad uccidere Achille, guidando la freccia nel tallone dell’eroe mirmidone.
È il Dio della Luce, intesa sia come luce diurna (è lui che, sopra uno splendente carro guidato da quattro cavalli infuocati, guida il Sole sulla Terra ogni mattina), che come luce profetica e conoscenza spirituale (non a caso Delo, l’isola in cui nacque, è così luminosa che gli oggetti appaiono sempre chiari e nitidi).
Grande amatore, ebbe innumerevoli amanti, tra cui Cassandra (a cui donò la preveggenza ma anche la sventura di non essere ascoltata, a causa di un suo rifiuto ad accoglierlo sul talamo), Giacinto, il principe che morì a causa del disco lanciato dallo stesso Dio, e soprattutto Daphne, una giovane Ninfa dei boschi che per non essere vittima dell’eccitazione di Apollo, pregò la Madre Terra di trasformarla in albero, l’alloro, che divenne pianta sacra ad Apollo.
È anche, incredibile a dirsi, il Dio della moderazione, della forma, della legge e dell’ordine. Proprio lui, che è così impulsivo, così empio e temerario, è incaricato di imporre l’equilibrio a uomini e Dèi. In particolare, a lui sono affidati i casi di omicidio e vendetta: la sua più celebre apparizione in tribunale è stata descritta da Eschilo nell’Orestea, in cui egli viene in aiuto ad Oreste accusato di matricidio (Eumenidi).
Era il Dio patrono delle assemblee cittadine ed incarnava gli ideali e le virtù dei ceti aristocratici: per tale motivo i suoi templi e i suoi santuari sorgevano nei pressi delle ‡gor€, ma poiché è anche il Dio difensore delle comunità civilizzate contro i mostri e le barbarie, la sua sede poteva essere l’acropoli o una porta cittadina. Patrocinava anche l’iniziazione degli Efebi (“splendenti”), futuri difensori della pçliv, e quando furono associati a tale funzione, i suoi santuari sorsero ai confini della città, lontani dai clamori del centro.
Nelle questioni di legge secolare e religiosa, egli era il Dio supremo, a lui spettava la fondazione di nuovi templi, stabilire i sacrifici e controllare i riti di purificazione. Presiedeva la sepoltura dei defunti ed i riti necessari a propiziare gli spiriti dell’aldilà.
Infine, Apollo era il Dio della perfezione fisica, così importante nella cultura greca, infatti le sue statue sono tra le più belle immagini maschili. I suoi principali attributi sono l’arco, la freccia, la faretra, la lira (ricevuta in dono da Ermes) e l’alloro (la pianta in cui si trasformò la Ninfa Dafne per sfuggire al suo amore). Con una lunga chioma, perfettamente rasato, muscoloso ed eternamente giovane, Apollo era l’ideale degli ideali. Gli animali a lui sacri erano il lupo e il corvo.

72049094 Nella tarda antichità greca Apollo venne anche identificato come Dio del Sole, e in molti casi soppiantò Helios, quale portatore di luce ed auriga del cocchio solare. Un simile “passaggio di consegne” avvenne anche presso i Romani, dacché, a partire dalla tarda età Repubblicana, Apollo divenne “alter ego” del Sol Invictus, una delle più importanti divinità romane. In ogni caso, almeno presso i Greci, Apollo ed Helios rimasero entità separate e distinte, nei testi letterari e mitologici dell’epoca.
Apollo era uno degli Dèi più noti ed influenti nell’Antica Grecia, ed erano ben due le città che si contendevano il titolo di luoghi di culto principali del Dio: Delfi, sede del già citato oracolo, e Delo. L’importanza attribuita al Dio è testimoniata anche da nomi teoforici come Apollonio o Apollodoro, comuni nell’Antica Grecia, e dalle molte città che portavano il nome di Apollonia. Il Dio delle arti veniva inoltre adorato in numerosi siti di culto sparsi, oltre che sul territorio greco, anche nelle colonie disseminate sulle rive africane del Mediterraneo, nell’esapoli dorica in Caria, in Sicilia e in Magna Grecia.
A differenza di altri Dèi, Apollo non aveva un equivalente romano diretto, ed il suo culto venne importato a Roma direttamente dai Greci. Ciò avvenne comunque in tempi piuttosto recenti nella storia romana, dato che fonti tradizionali riferiscono che il culto era già presente in epoca regia. Nel 430 a.C. al Dio venne intitolato un tempio, chiamato Apollinar, in occasione di una pestilenza che afflisse la città.
Durante la seconda guerra punica, invece, vennero istituiti i Ludi Apollinares, giochi in onore di Apollo. Il culto venne incentivato poi, in epoca imperiale, dall’imperatore Augusto, che per consolidare la propria autorità se ne attribuì la discendenza, e tramite la sua influenza Apollo divenne uno degli Dèi romani più influenti.
Dopo la battaglia di Azio l’imperatore fece rinnovare ed ingrandire l’antico tempio di Apollo Sosiano, istituì dei giochi quinquennali in suo onore e finanziò anche la costruzione del tempio di Apollo Palatino, sull’omonimo colle dove fu conservata la raccolta di oracoli detta Libri Sibillini. In onore del Dio, e per compiacere il suo imperatore, il poeta romano Orazio compose inoltre il celebre Carmen saeculare.
Nella religione etrusca è possibile trovare un corrispettivo di Apollo nel Dio dei tuoni Aplu o Apulo. Tuttavia non è ancora chiaro se l’immagine del Dio etrusco sia derivata, o meno, dal personaggio greco.

❂ Il Culto di Apollo ❂

Le origini del culto apollineo si perdono, come si sa, nella notte dei tempi. È comunque opinione comune e consolidata tra gli studiosi, che il culto del Dio sia relativamente recente e che, precedentemente ad Apollo, il santuario di Pito avesse una sua antichissima religione ctonia, legata al culto della Dea Madre.
Lo stesso racconto mitico di Eschilo su Apollo, che riceve il santuario da Gea, Febe e Temi (Eumenidi) dove uccide il serpente Pitone, tenderebbe a confermarlo. Una recentissima teoria però (Sanna), basata sulla decifrazione degli enigmatici e tanto discussi documenti greci di Glozel (Vichy, Francia), tende ad ampliare il quadro mitico-storico interessante l’oracolo, e collega la nuova, non identificata divinità, alla vicenda cadmea d’Europa e a quella dell’alfabeto portato dallo stesso Cadmo, in Beozia, in periodo premiceneo. Divinità semitica che di quell’alfabeto, di provenienza siro-palestinese, era l’assoluta detentrice. Il santuario ctonio di Pito era stato dunque occupato, in qualche modo, da una divinità non greca (yh: da cui il noto successivo grido di IE, per Apollo ‘IEIOS’) la quale però, a sua volta, venne grecizzata, secondo quanto fa intendere il noto racconto erodoteo (Historiae) sulla cacciata dei Cadmei, ovvero dei semiti, da parte degli Argivi.
Tuttavia la divinità inglobata nella sfera della cultura greca, manteneva alcuni dei caratteri orientali della divinità, come ad esempio l’ineffabilità, la figura androgina, l’aspetto di Dio cacciatore e inseguitore, del lupo (da cui Apollo Liceo), le qualità di Dio ambiguo od obliquo (Lossia) ma, per chi sapeva capirlo rettamente, salvatore liberatore.
Con la calata dei Dori (XII -XI secolo a.C.), una volta annientati i Micenei, il santuario, verosimilmente, subì l’umiliazione e la distruzione dei vincitori, e soltanto verso il IX – VIII secolo a.C. fu riaperto e si risollevò, ma con un Lossia del tutto trasformato e in linea con la nuova religione. Il potentissimo Dio androgino di origine semitica entrava così a far parte della sacra famiglia olimpica, sdoppiandosi in Apollo e Artemide, e diventando figlio di Zeus e di Leto. Sempre secondo questa teoria, supportata da solide basi documentarie, nella famosa E apud Delphos (la lettera alfabetica epsilon posta tra le colonne nell’ingresso del santuario apollineo) di cui ci parla lo storico Plutarco, la E che stava alla base dell’epifonema esprimente acuto dolore (Esichio) dei fedeli, potrebbe fornire la prova che il nome di Apollo (mai sufficientemente compreso e spiegato dagli studiosi) fosse derivato da un A/E -pollòn (il grido di dolore ah!, eh! esclamato più volte, così come testimoniano la letteratura greca tragica e paratragica).

❖ Attributi ed Appellativi di Apollo ❖

Apollo viene normalmente raffigurato coronato di alloro, pianta simbolo di vittoria, sotto la quale alcune leggende volevano che il Dio fosse nato. Suoi attributi tipici erano l’arco e la cetra. Altro suo emblema caratteristico è il tripode sacrificale, simbolo dei suoi poteri profetici. Animali sacri al Dio erano i cigni (simbolo di bellezza), i lupi, le cicale (a simboleggiare la musica ed il canto), e ancora falchi, corvi e serpenti, questi ultimi con riferimento ai suoi poteri oracolari. Altro simbolo di Apollo è il Grifone, animale mitologico di lontana origine orientale.
Come molti altri Dèi Greci, Apollo possedeva numerosi appellativi, atti a riflettere i diversi ruoli, poteri ed aspetti della personalità del Dio stesso. Il titolo di gran lunga maggiormente attribuito ad Apollo (e spesso condiviso dalla sorella Artemide) era quello di Febo, letteralmente “splendente” o “lucente”, riferito sia alla sua bellezza che al suo legame con il Sole (o con la Luna nel caso di Artemide). Quest’appellativo venne mutuato e utilizzato anche dai romani.
Altri appellativi del Dio erano:

  • Akesios o Iatros, dal comune significato di guaritore e riferiti al suo ruolo di protettore della medicina, in quanto padre di Esculapio. In questo senso, i romani gli diedero invece l’epiteto di Medicus, ed un tempio della Roma antica era dedicato appunto all’Apollo Medico
  • Alexikakos o Apotropaeos, entrambi significanti “colui che scaccia – o tiene lontano – il male”. Un simile significato ha anche l’appellativo di Averruncus che gli attribuirono i romani. Questi appellativi si riferivano, oltre che al suo già citato ruolo di patrono dei medici, al suo potere di scatenare, e dunque anche di tener lontane, malattie e pestilenze
  • Aphetoros (Dio dell’Arco) e Argurotoxos (Dio dall’arco d’Argento), in quanto patrono degli arcieri e provetto tiratore lui stesso. I romani lo definivano invece Articenens,colui che porta l’arco
  • Archegetes,colui che guida la fondazione”, in quanto patrono di molte colonie greche d’oltremare
  • Lyceios e Lykegenes, che possono essere sia un riferimento al lupo, animale a lui sacro, che alla terra di Licia, la regione nella quale alcune leggende riportano che Apollo fosse nato
  • Loxias (l’Oscuro) e Coelispex (Colui che scruta i cieli) con riferimento alle sue capacità oracolari
  • Musegete o Musagete, Capo delle Muse

❈ Nascita e Mito ❈

Apollo10Apollo nacque, come sua sorella gemella Artemide, dall’unione extraconiugale di Zeus con Leto. Quando Era seppe di questa relazione, desiderosa di vendetta proibì alla partoriente di dare alla luce suo figlio su qualsiasi terra, fosse essa un continente o un’isola.
Disperata, la donna vagò fino a giungere sull’isola di Delo, appena sorta dalle acque e, stando al mito, ancora galleggiante sulle onde e non ancorata al suolo. Essendo perciò Delo non ancora una vera isola, Leto poté darvi alla luce Apollo ed Artemide.
Altri miti riportano che la vendicativa Era, pur di impedirne la nascita, giunse a rapire Ilizia, Dea del parto. Solo l’intervento degli altri Dèi, che offrirono alla regina dell’Olimpo una collana di ambra lunga nove metri, riuscì a convincere Era a desistere dal suo intento.
I miti riportano che Artemide fu la prima dei gemelli a nascere, e che abbia in seguito aiutato la madre nel parto di Apollo. Questi nacque in una notte di plenilunio, che fu da allora il giorno del mese a lui consacrato.
Ancora altri sostengono che Era avesse mandato un serpente sulla Terra per seguire Leto tutta la vita, impedendo così a chiunque di ospitarla e darle un rifugio. Leto vagò per molto tempo ma Poseidone, impietosito dalla sua situazione, lasciò che si rifugiasse in mare (dato che letteralmente non era terra) visto che lui, essendo il fratello di Zeus, poteva permettersi di sfidare Era.
Poco più che bambino, Apollo si cimentò nell’impresa di uccidere il drago ctonio Pitone, confermando la sua origine di Dio della Guerra, reo di aver tentato di stuprare Leto mentre questa era incinta del Dio. Apollo lo uccise nella sua tana, situata vicino alla fonte Castalia nei pressi di Delfi, città dove sarebbe poi sorto l’oracolo a lui dedicato. Per questo suo gesto, comunque, Apollo ricevé una punizione da Gea, madre del drago.
Altre azioni che gli sono state attribuite dai miti durante la giovinezza, non furono così nobili: il Dio sfidò il satiro Marsia (o, secondo altre fonti, venne da questi sfidato) in una gara musicale di flauto; in seguito alla vittoria, per punire l’ardire del Satiro che si era impudentemente vantato di essere più bravo di lui, lo fece legare ad un albero e scorticare vivo. E si narra che, quando Zeus uccise Asclepio, figlio di Apollo, come punizione per aver osato resuscitare i morti col suo talento medico, il Dio per vendetta massacrò i Ciclopi, che avevano forgiato i fulmini di Zeus. Stando alla tragedia di Euripide Alcesti, come punizione per questo suo gesto Apollo venne costretto dal padre degli Dèi a servire l’umano Admeto, re di Fere, per nove anni.
Apollo lavorò dunque presso il re come pastore, e venne da questi trattato in modo tanto gentile che, allo scadere dei nove anni, gli concesse un dono: fece sì che le sue mucche partorissero solo figli gemelli. In seguito, il Dio aiutò Admeto ad ottenere la mano di Alcesti, che per volere del padre sarebbe potuta andare in sposa solo a chi fosse riuscito a mettere il giogo a due bestie feroci: Apollo gli regalò dunque un carro trainato da un leone ed un cinghiale.
Un mito degli inni omerici racconta dell’incontro tra il giovane Ermes ed Apollo. Il Dio dei ladri, appena nato, sfuggì infatti alla custodia della madre Maia ed iniziò a vagabondare per la Tessaglia, fino ad imbattersi nel gregge di Admeto, custodito da Apollo. Ermes riuscì con uno stratagemma a rubare gli animali e, dopo essersi nascosto in una grotta, usò gli intestini di alcuni di essi per confezionarsi una lira. Quando Apollo, infuriato, riuscì a rintracciare Ermes e a pretendere, con l’appoggio di Zeus, la restituzione del bestiame, non poté fare a meno di innamorarsi dello strumento e del suo suono, ed accettò infine di lasciare ad Ermes il maltolto, in cambio della lira, che sarebbe diventata da allora uno dei suoi simboli.

Apollo durante la Guerra di Troia
L’inizio dell’Iliade di Omero vede Apollo schierato al fianco dei Troiani, durante la Guerra di Troia. Il Dio era infatti infuriato con i Greci, e in particolare con il loro capo Agamennone, per il rapimento da questi perpetrato di Criseide, giovane figlia di Crise, sacerdote di Apollo.
Per vendicare l’affronto, il Dio decimò le schiere achee con le sue terribili frecce, fino a che il capo dei Greci non acconsentì a rilasciare la prigioniera, pretendendo in cambio Briseide, schiava di Achille. Questo fatto provocò l’ira dell’eroe mirmidone, che è uno dei temi centrali del poema.
Apollo seguitò comunque a parteggiare per i troiani durante la guerra: in un’occasione salvò la vita ad Enea, ingaggiato in duello da Diomede. In seguito aiutò Paride ad uccidere Achille, guidando la freccia da questi scagliata nel tallone dell’eroe, il suo unico punto debole.
Da non dimenticare infine, l’importantissimo aiuto che il Dio offrì ad Ettore e ad Euforbo, nel combattimento che li vedeva avversari del potente Patroclo, amico e maestro del valorosissimo Achille. Il Dio infatti, oltre ad aver stordito il giovane confuso per il re mirmidone, vista l’armatura che indossava, lo privò di quest’ultima sciogliendola come neve al sole. Distrusse perfino la punta della lancia con cui Patroclo stava mietendo vittime tra le file troiane.

♥ Amori di Apollo ♥

Apollo e Daphne. Un giorno, Cupido, stanco delle continue derisioni di Apollo che vantava il titolo di Dio più bello, Dio della poesia nonché un arciere migliore di lui, colpì il Dio con una delle sue frecce d’oro, facendolo cadere perdutamente innamorato della Ninfa Daphne. Allo stesso tempo però, colpì anche la Ninfa, con una freccia di piombo arrugginita e spuntata, stregandola in modo che rifiutasse l’amore di Apollo e addirittura rabbrividisse per l’orrore alla sua vista. Perseguitata dal Dio innamorato, la Ninfa, piangendo e gridando, chiese aiuto al padre Peneo, Dio dei fiumi, che la tramutò in una pianta di lauro, o alloro. Apollo pianse abbracciando il tronco di Daphne che ormai era un albero. Per questo il lauro divenne la pianta prediletta da Apollo, con la quale era solito far ornare i suoi templi.

Apollo e Giacinto. Uno dei miti più conosciuti riferiti al Dio è quello della sua triste storia d’amore con il principe spartano Giacinto, mito narrato, fra gli altri, da Ovidio nelle sue Metamorfosi. I due si amavano profondamente, quando un giorno, mentre si stavano allenando nel lancio del disco, il giovane venne colpito alla testa dall’attrezzo lanciato da Apollo, spintogli contro da Zefiro, geloso dell’affetto tra i due. Ferito a morte, Giacinto non poté che accasciarsi tra le braccia del compagno che, impotente, lo trasformò nel rosso fiore che porta il suo nome, e con le sue lacrime tracciò sui suoi petali le lettere άί (ai), che in greco è un’esclamazione di dolore. Da ricordare che in questo mito viene svelata, nuovamente, la perfida personalità che talvolta riemerge dall’animo del Dio. Infatti, saputo che Tamiri, un altro pretendente della compagnia di Giacinto (per inciso fu il primo uomo ad innamorarsi di un individuo del suo stesso sesso) reputava di superare le Muse nelle loro arti, il Dio, con estremo piacere si recò dalle sue allieve per riferire tali parole. Le Muse allora, privarono il povero Tamiri, reo di presunzione, della vista, della voce e della memoria.

Apollo e Cassandra. Per sedurre Cassandra, figlia del re di Troia Priamo, Apollo le promise il dono della profezia. Tuttavia, dopo aver accettato il patto, la donna si tirò indietro, rimangiandosi la parola data. Il Dio allora, sputandole sulle labbra, le diede sì il dono di vedere il futuro, ma la condannò a non venir mai creduta per le sue previsioni.

Apollo e Marpessa. Apollo amò anche una donna chiamata Marpessa, che era contesa fra il Dio ed un umano chiamato Ida. Per dirimere la contesa tra i due, intervenne Zeus, che decise di lasciare la donna libera di decidere; questa scelse Ida, perché consapevole del fatto che Apollo, essendo immortale, si sarebbe stancato di lei quando l’avrebbe vista invecchiare.

Come tutti gli Dèi Greci, le leggende riportano come Apollo ebbe molti figli, da unioni con donne mortali e non. Da Cirene, ebbe un figlio di nome Aristeo. Da Ecuba, moglie di Priamo e regina di Troia, ebbe un figlio di nome Troilo, che venne ucciso da Achille.
Il figlio più noto di Apollo è però certamente Asclepio, Dio della medicina presso i Greci. Asclepio nacque dall’unione tra il Dio e Coronide; quest’ultima però, mentre portava in grembo il bambino, si innamorò di Ischi e fuggì con lui. Quando un corvo andò a riferire l’accaduto ad Apollo, questi dapprima pensò ad una menzogna, e fece diventare il corvo nero come la pece, da bianco che era. Scoperta poi la verità, il Dio chiese a sua sorella Artemide di uccidere la donna.
Apollo salvò comunque il bambino e lo affidò al centauro Chirone, perché lo istruisse alle arti mediche. Come ricompensa per la sua lealtà, il corvo divenne inoltre animale sacro del Dio, e venne dotato da Apollo del potere di prevedere le morti imminenti. In seguito Flegias, padre di Coronide, per vendicare la figlia diede fuoco al tempio di Apollo a Delfi, e venne per questo ucciso dal Dio e scaraventato nel Tartaro.

~• 10. ARTEMIDE •~ 

“Artemide è l’occulto, il silenzioso, quello che non si vede, quello che ci sfugge, il magico che popola i sogni infantili…”

diana (2)H’Artemiv. Artemide (in greco: Ἄρτεμις, Ἀρτέμιδος), nelle religioni dell’Antica Grecia è figlia di Zeus e Leto (per i Romani Latona) e sorella gemella di Apollo. Fu una tra le più venerate divinità dell’Olimpo, e la sua origine risale ai tempi più antichi.
In epoca romana fu associata a Diana, mentre gli Etruschi la veneravano con il nome di Artume. Il cervo ed il cipresso erano fra i suoi simboli sacri.
Artemide è la Dea della Caccia, la Dea vergine, e si trova nei luoghi più selvaggi della Grecia, tra le gole e le fitte foreste dell’Arcadia nel Peloponneso centrale, in compagnia dei suoi cervi.
Spesso venerata negli stessi luoghi del fratello, custodisce il luoghi selvaggi e gli animali non addomesticati; è anche la cacciatrice che supera in astuzia le proprie prede. Alta ed aggraziata, sempre con i capelli raccolti, conserva la purezza di una terra incontaminata e di una vita precedente alla sedentarizzazione e all’agricoltura.
Artemide è una divinità lunare, poiché è associata alla luce della Luna e delle stelle, appartiene quindi alla notte ed è rappresentata con una torcia, come con anche i tradizionali arco e faretra. Nel periodo classico era venerata come Dea della Luna, ed in suo onore si celebrava una festa del plenilunio nel mese di Munchione (aprile/maggio).
La Luna, signora della notte, venerata come Artemide, riassume l’archetipo del femminile virgineo, libero, non legato ad un’immagine maschile pur vivendo in una società di tipo patriarcale.
Artemide si aggira nel sangue di tutti noi in attesa delle condizioni ottimali per esprimersi, è una forza, un Ente che quando trova il modo di penetrarci, diventa padrone della nostra vita pur di riuscire a portare alla conoscenza di tutti il suo canto. E se ci opponiamo trova il sistema di non darci requie, finché non ha spezzato la corazza che ci siamo costruiti con “educazione” e mediazioni all’ambiente circostante: allora ci fa diventare veri e propri amanuensi.
L’esegesi psicologica del mito di Artemide descrive un archetipo femminile caratterizzato da un forte spirito d’indipendenza dall’uomo e da una forte solidarietà col mondo delle altre donne. È un femminile caratteristico dell’età moderna, dalle letterate ed artiste del primo Novecento all’esperienza femminista ed oltre.
In quanto vergine, è protettrice della gioventù, in particolare delle giovani che stanno per diventare adulte, e per questo motivo è un Dea molto popolare. Come Era, anche lei regna sui confini, ma su quelli che scandiscono i periodi della vita dell’uomo e degli animali; Dea dalla duplice faccia, portava luce e soccorso alle creature nei passaggi verso l’ignoto: dal nulla alla vita, e dalla vita, per vari stadi, fino alla morte.
Com’ella stessa si poneva tra il noto e l’incerto, così i suoi santuari si collocano in zone di frontiera fra comunità e comunità, tra elemento ed elemento.
Quando venne confusa con Ecate, acquistò anche una natura segreta ed orgiastica: a Sparta si conservano tracce di quest’aspetto nelle fustigazioni annuali dei giovani presso il suo altare. Sembra che alla base di questo rituale, vi sia la convinzione che Artemide sia la guida ad un corretto comportamento basato sulla legge, e che questo venisse impresso nei corpi e nelle menti tramite la flagellazione.
Le più antiche rappresentazioni di Artemide nell’arte greca dell’età arcaica, la ritraggono come “Potnia Theron” (La regina degli animali selvatici), una Dea alata che tiene in mano un cervo ed un leopardo, qualche volta un leone ed un leopardo. Nell’arte classica greca era abitualmente ritratta come vergine cacciatrice, con una corta gonna, gli stivali da caccia, la faretra con le frecce d’argento ed un arco. Sovente è ritratta mentre sta scoccando una freccia, ed insieme a lei vi sono o un cane o un cervo.
Il suo lato oscuro viene mostrato nelle decorazioni di alcuni vasi, dov’è rappresentata come una Dea portatrice di morte, sotto le cui frecce cadono giovani vergini e donne. Gli attributi caratteristici della Dea variano frequentemente, l’arco e le frecce sono talvolta sostituiti da delle lance da caccia.
Vi sono rappresentazioni di Artemide vista anche come Dea delle danze delle fanciulle, e in questo caso tiene in mano una lira, oppure come Dea della Luce, mentre stringe in mano due torce accese e fiammeggianti. Solo nel periodo post-classico si possono trovare rappresentazioni di un’Artemide che porta la corona lunare, simbolo della sua identificazione con la Dea Luna, mentre nei tempi più antichi, sebbene questa identificazione fosse già presente, questo tipo di iconografia non fu mai usata.

❂ Il Culto di Artemide ❂

Artemide era adorata e celebrata allo stesso modo in quasi tutte le zone della Grecia, ma i più importanti luoghi di culto a lei dedicati si trovavano a Delo (sua isola natale), Braurone, Munichia (su una collina nei pressi del Pireo) e a Sparta.
Era la Dea della caccia, della selvaggina e dei boschi e una divinità lunare. Ed era, per sua espressa richiesta, vergine, ma adorata anche come Dea del parto e della fertilità, perché si diceva avesse aiutato la madre a partorire il fratello Apollo.

18563 Durante l’epoca classica ad Atene veniva identificata con Ecate. Nei secoli Artemide/Diana, Ecate e Selene/Luna divennero una triade lunare contemplata nel neopaganesimo, nell’esoterismo e nella Wicca.
Nella Ionia la “Signora di Efeso”, una Dea che viene identificata con Artemide, era oggetto di uno dei culti più importanti: Il Tempio di Artemide ad Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, fu probabilmente il più conosciuto centro dedicato al suo culto all’infuori di Delo. In questa regione era adorata soprattutto come Dea della fertilità, una figura simile alla Dea Frigia Cibele. Mentre le statue greche la ritraggono come una giovane con arco e frecce, le statue provenienti da questa zona la mostrano con il busto coperto di protuberanze rotondeggianti che sono state interpretate sia come seni, che come testicoli di toro.
Negli Atti degli apostoli i fabbri Efesini, quando sentono la loro fede minacciata dalla predicazione di Paolo, si levano a difenderla con fervore gridando: “Grande è Artemide degli Efesini!
Le fanciulle ateniesi di età compresa tra i cinque e dieci anni, venivano mandate al santuario di Artemide a Braurone, per servire la Dea per un anno; durante questo periodo le ragazze erano conosciute come   arktoi (orsette). Una leggenda spiega le ragioni di questo periodo di servitù, narrando che un orso aveva preso l’abitudine di entrare nella cittadina di Braurone e la gente aveva cominciato a nutrirlo, cosicché  in breve tempo l’animale era diventato docile e addomesticato.
Una giovinetta prese ad infastidire l’orso che, secondo una versione la uccise, secondo un’altra le strappò gli occhi. Ad ogni modo il fratello della ragazza uccise l’orso, Artemide andò per questo in collera e pretese che le ragazze prendessero il posto dell’orso nel suo santuario, come riparazione per la morte dell’animale.

❖ Appellativi ed Epiteti di Artemide ❖

  • Agroterausato per indicarla come protettrice dei cacciatori. Agrotera è un’incarnazione di Artemide che la rappresenta anche come Dea della Guerra: gli Spartani celebravano sacrifici in suo onore prima di iniziare una nuova campagna militare
  • Afeaper assimilazione con l’omonima Dea dell’isola Egina
  • Amarisiadal santuario di Amarinto, sull’isola di Eubea, presso il quale si celebravano le feste Amarisie
  • Cynthiacon riferimento al Monte Cinto (Kynthos) suo luogo natale
  • Delianata nell’isola di Delo (greco Δῆλος). Sorella di Delios (Apollo o Febo)
  • Phacelitis (Fascelide) • venerata a Rhegion (Reggio Calabria)
  • Potnia Theronpatrona degli animali selvatici (appellativo usato da Omero)
  • Kourothrophosprotettrice dei giovani
  • LocheiaDea della nascita e patrona delle levatrici
  • Ortigiaderivato dall’antico toponimo di Delo o dall’isola di Siracusa
  • Phoebeversione femminile dell’appellativo del fratello, Febo Apollo

❈ Nascita di Artemide ❈

Artemide è figlia di Zeus e Leto, nonché sorella gemella di Apollo. Leto, a causa di una maledizione lanciatale dalla moglie di Zeus Era, per poter mettere al mondo i due bambini fu costretta a trovare un luogo che non avesse mai visto la luce del sole: per questo motivo Zeus fece emergere dal mare un’isola fino ad allora sommersa che, di conseguenza, il sole non aveva ancora toccato. Si trattava dell’isola di Delo, e Leto vi partorì aggrappata ad una palma sacra. Artemide nacque per prima, dopo soli sei mesi di gestazione, ed aiutò quindi la madre a dare alla luce Apollo che nacque invece il settimo mese.
L’infanzia di Artemide non è raccontata da alcun mito giunto fino a noi, ma un poema di Callimaco – “La Dea che si diverte usando l’arco sulle montagne” – ne immagina un suggestivo aneddoto: giunta all’età di tre anni Artemide, sedendo sulle ginocchia del Re degli Dèi, richiese al padre Zeus di far avverare alcuni suoi desideri: per prima cosa chiese di restare per sempre vergine, poi di non dover mai sposarsi, e di avere sempre a disposizione cani da caccia con le orecchie basse, cervi che tirassero il suo carro e Ninfe come compagne di caccia (“sessanta fanciulle danzanti, figlie di Oceano, tutte di nove anni, tutte piccole ninfe di mare“).
Il padre la assecondò e realizzò i suoi desideri. Tutte le sue compagne rimasero così vergini, e Artemide vigilò strettamente sulla loro castità.

✦ Miti e Leggende ✦

Atteone
Un giorno Artemide stava facendo il bagno nuda in una valle sul monte Citerone, quando arrivò il principe tebano Atteone, che stava andando a caccia. Si fermò a guardarla, affascinato dalla sua incantevole bellezza, e ne fu talmente incantato che, senza accorgersene, calpestò un ramo e per il rumore Artemide si accorse di lui. Restò così disgustata dal suo sguardo fisso sul suo corpo nudo, che decise di lanciargli addosso dell’acqua magica e trasformarlo in un cervo: in questo modo i suoi cani, scambiandolo per una preda, lo uccisero sbranandolo.
Una versione alternativa della storia narra che Atteone si fosse vantato di essere un cacciatore migliore di lei, e che quindi la Dea lo trasformò in cervo, facendolo divorare per vendetta.

Adone
Secondo alcune versioni della leggenda di Adone, Artemide mandò un cinghiale selvaggio ad uccidere il giovane per punirlo, per essersi vantato di essere un cacciatore migliore della Dea. Secondo altre, invece, Adone era uno degli amanti di Afrodite, così Artemide lo uccise per rendere la pariglia ad Afrodite per la morte di Ippolito, uno dei suoi favoriti.

Siproite
Anche un cretese, Siproite, fu trasformato in cervo da Artemide per averla vista nuda. La storia completa non è sopravvissuta in alcuna opera scritta in originale, ma è riportata di seconda mano da Antonino Liberale, il che suggerisce che l’aneddoto fosse abbastanza noto.

Orione
Orione era un compagno di caccia di Artemide. Le versioni della leggenda sono diverse: secondo alcune fu ucciso dalla Dea, secondo altre da uno scorpione inviato da Gea. Alcune storie riportano che Orione tentò di stuprare violentemente una delle Ninfe di Artemide che lo uccise per punirlo, in altre che tentò di stuprare la Dea stessa, di nascosto perché sapeva che la Dea voleva rimanere vergine, e che desiderava moltissimo possederla.
La Dea lo uccise per difendersi. Secondo Igino Astronomo (che a sua volta cita il poeta Istro), Artemide era innamorata di Orione e voleva sposarlo, ma lo uccise perché ingannata dal fratello Apollo che intendeva difendere la verginità della sorella.

Callisto
Una delle Ninfe compagne di Artemide, Callisto, perse la verginità per mano di Zeus, che andò da lei trasformato in Apollo o, secondo altre versioni, in Artemide stessa: infuriata, la Dea la trasformò in un’orsa.
Il figlio di Callisto, Arcade, per poco non uccise la madre durante una battuta di caccia, ma fu fermato da Zeus che li pose entrambi nel cielo sotto forma di costellazioni, l’Orsa maggiore e l’Orsa Minore. Altre versioni riportano invece che Artemide uccise l’orsa con una freccia.

Ifigenia ed Artemide a Tauride
Artemide volle punire Agamennone per aver ucciso un cervo sacro oppure, secondo un’altra versione, per essersi vantato di essere un cacciatore migliore di lei. Quando la flotta greca si stava preparando per salpare verso Troia per portare la guerra, Artemide fece sparire il vento.
L’indovino Tiresia disse ad Agamennone che l’unico modo per placare la Dea, era di sacrificare sua figlia Ifigenia. Quando il re era sul punto di farlo, Artemide la portò via dall’altare e la sostituì con un cervo. La fanciulla fu trasportata in Crimea e nominata sacerdotessa del tempio della Dea a Tauride, nel quale gli stranieri le venivano offerti come sacrifici umani.
In seguito suo fratello Oreste la riportò in Grecia dove, in Laconia, istituì il culto di Artemide Tauridea. Secondo le cronache spartane il legislatore Licurgo sostituì l’usanza del sacrificio umano con la flagellazione.

Niobe
Niobe, regina di Tebe e moglie di Anfione, si vantò di essere migliore di Latona perché, mentre lei aveva avuto quattordici figli, sette maschi e sette femmine (i Niobidi), Latona ne aveva avuti soltanto due. Quando Artemide ed Apollo vennero a saperlo si affrettarono a vendicarsi: usando delle frecce avvelenate, Apollo le uccise i figli mentre stavano facendo ginnastica, badando che soffrissero molto prima di morire, mentre Artemide colpì le figlie, che si accasciarono all’istante senza un lamento.
Niobe, distrutta, quando iniziò a piangere fu trasformata in pietra da Artemide. Secondo alcune versioni della leggenda fu scagliata in qualche luogo sperduto del deserto egiziano.
Un’altra leggenda sostiene che le sue lacrime formarono il fiume Acheloo. Dato che Zeus aveva trasformato in statue tutti gli abitanti di Tebe, nessuno seppellì i Niobidi per nove giorni, quando furono gli Dèi stessi a provvedere a scenderli nella tomba.

Taigete
Taigete, una delle Pleiadi, era una delle compagne di caccia di Artemide. Quando si accorse che Zeus tentava con insistenza di insidiarla, la Ninfa pregò Artemide di aiutarla e la Dea la trasformò in una cerva. Zeus però la possedé ugualmente mentre si trovava in stato di incoscienza, e dall’unione nacque Lacedemone, il mitico fondatore di Sparta.

Oto ed Efialte
Oto ed Efialte erano due fratelli giganti che, un giorno, decisero di assaltare il Monte Olimpo, e riuscirono a rapire Ares e a tenerlo richiuso in un grosso vaso per tredici mesi. Artemide si trasformò in un cervo e si mise a correre tra di loro. I due giganti, per non farsela sfuggire dato che erano esperti cacciatori, le lanciarono contro le loro lance, ma finirono per uccidersi l’un l’altro.

Le Meleagridi
Dopo la morte di Meleagro, Artemide trasformò le sue inconsolabili sorelle, le Meleagridi in galline faraone.

Chione
Artemide uccise Chione per punirla del suo orgoglio e della sua vanità.

Atalanta ed Eneo
Artemide salvò la piccola Atalanta dalla morte per assideramento, dopo che suo padre l’aveva abbandonata, mandando da lei un’orsa che la allattò finché non venne raggiunta da alcuni cacciatori.
Tra le sue avventure, Atalanta partecipò alla caccia al Cinghiale Calidonio che Artemide aveva mandato per distruggere Calidone, dato che il re Eneo si era dimenticato di lei durante i sacrifici per celebrare il raccolto.

La Guerra di Troia
Durante la decennale guerra, Artemide si schierò dalla parte dei troiani contro i Greci. Si azzuffò con Era quando i divini alleati delle due parti si scontrarono tra loro: Era la colpì sulle orecchie con la sua stessa faretra, e le frecce caddero a terra mentre Artemide fuggì da Zeus piangendo.
Pare che Artemide sia stata rappresentata come sostenitrice della causa troiana sia perché il fratello Apollo era il protettore della città, sia perché essa stessa nell’antichità era molto venerata nelle zone dell’Anatolia occidentale.

~• 11. DEMETRA •~ 

Demetra1Demetra (in greco: Δημήτηρ, “Madre terra” o forse “Madre dispensatrice”, probabilmente dal nome Indoeuropeo della Madre terra *dheghom *mater) nella Mitologia Greca è la Dea del grano e dell’agricoltura, costante nutrice della gioventù e della terra verde, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, protettrice del matrimonio e delle leggi sacre. La figura equivalente a Demetra nella mitologia romana era Cerere.
Negli Inni omerici viene invocata come la “portatrice di stagioni”, un tenue indizio di come ella fosse adorata già da molto tempo prima che si affermasse il culto degli Olimpi, dato che l’inno omerico a Demetra è stato datato a circa il VII secolo a.C. Le figure di Demetra e di sua figlia Persefone erano centrali nelle celebrazioni dei Misteri Eleusini, anch’essi riti di epoca arcaica e antecedente al culto dei dodici Dèi dell’Olimpo.
Demetra viene spesso confusa con Gaia, Rea o Cibele. L’epiteto con cui la Dea viene più frequentemente chiamata, rivela l’ampiezza e la portata delle sue funzioni nella vita greca del tempo: lei e Kore (“la fanciulla”) erano solitamente invocate come “le due dee” (“to theo”), e questa definizione appare già nelle iscrizioni in scrittura Lineare B di epoca Micenea trovati a Pilo. È assolutamente plausibile che vi sia una connessione con i culti dedicati alle due Dee nella civiltà minoica di Creta.
Secondo il retore ateniese Isocrate, i più grandi doni di Demetra all’umanità furono i cereali (da cui deriva il suo nome latino “Cerere”), che hanno reso l’uomo diverso dagli animali selvatici, ed i Misteri, che gli hanno consentito di coltivare speranze più elevate per la vita terrena e per ciò che dopo la vita verrà.
A seconda dei vari contesti, Demetra era invocata con diversi appellativi:

  • Potnia • “Padrona(nell’Inno Omerico a lei dedicato)
  • Chloe • “Il verde germoglio(in Pausania per i suoi attributi di fertilità ed eterna giovinezza)
  • Anesidora • “Colei che spinge in su i doni(Pausania)
  • Malophoros • “Colei che dà mele” o “Colei che dà greggi(Pausania)
  • Kidaria(Pausania)
  • Chtonia • “Che si trova nel suolo(Pausania)
  • Erinys • “Implacabile(Pausania)
  • Lusia • “Che prende il bagno(Pausania)
  • Thermasia • “Calorosa(Pausania)
  • Kabeiraianome di origine pre-greca di significato incerto
  • Thesmophoros • “Fornitrice di consuetudini” o anche “legislatrice”, titolo che la lega all’antica Dea Temide. Questo titolo era usato in connessione con la Tesmoforie, una cerimonia segreta riservata alle donne che si svolgeva ad Atene, e connessa alle tradizioni matrimoniali.

Negli scritti di Teocrito si trovano tracce di quello che fu il ruolo di Demetra nei culti arcaici:

  • “Per i Greci Demetra era ancora la Dea dei papaveri“
  • “Nelle mani reggeva fasci di grano e papaveri”

Una statuetta d’argilla trovata a Gazi sull’isola di Creta, rappresenta la Dea del papavero adorata nella cultura Minoica mentre porta i baccelli della pianta, fonte di nutrimento e di oblio, incastonati in un diadema. Appare dunque probabile che la Grande Dea Madre, dalla quale derivano i nomi di Rea e Demetra, abbia portato con sé da Creta nei Misteri Eleusini insieme al suo culto anche l’uso del papavero, ed è certo che nell’ambito dei riti celebrati a Creta, si facesse uso di oppio preparato con questo fiore.
demetraQuando a Demetra fu attribuita una genealogia per inserirla nel Pantheon classico greco, diventò figlia di Crono e Rea, sorella maggiore di Zeus. Le sue sacerdotesse erano chiamate Melisse.
A Pellené in Arcadia si tenevano una serie di cerimonie in onore di Demetra di Misia, che duravano sette giorni. Pausania visitò il santuario di Demetra di Misia, che si trovava sulla strada che andava da Micene ad Argo, ma la sola notizia che fu in grado di trovare per spiegare questa arcaica denominazione, è la leggenda di un tale Misio, antico fedele di Demetra.
I luoghi principali in cui il culto di Demetra era praticato si trovavano sparsi indifferentemente per tutto il mondo Greco: templi sorgevano ad Eleusi, Ermione a Creta, Megara, Lerna, Egila, Munichia, Corinto, Delo, Piene, Agrigento, Iasos, Pergamo, Selinunte, Tegea, Thoriko, Dion, Licosura, Mesembria, Enna, Samotracia e Siracusa.
Demetra donò al genere umano la conoscenza delle tecniche agricole: la semina, l’aratura, la mietitura e le altre correlate. Era particolarmente venerata dagli abitanti delle zone rurali, in parte perché beneficavano direttamente della sua assistenza, in parte perché nelle campagne c’è una maggiore tendenza a mantenere in vita le antiche tradizioni, e Demetra aveva un ruolo centrale nella religiosità Greca delle epoche pre-classiche.
Esclusivamente in relazione al suo culto sono state trovate offerte votive, come porcellini di creta, realizzati già nel Neolitico. In epoca romana, quando si verificava un lutto in famiglia, c’era l’usanza di sacrificare una scrofa a Demetra per purificare la casa.
Amata in quanto apportatrice di messi, Demetra era anche ovviamente temuta, in quanto capace, all’inverso, di provocare carestie, come ricorda il mito di Erisittone che, avendola offesa tagliando degli alberi da un frutteto sacro, venne punito con una fame insaziabile.
Demetra viene solitamente raffigurata mentre si trova su un carro, e spesso associata ai prodotti della terra, come fiori, frutta e spighe di grano. A volte viene ritratta insieme a Persefone.
Raramente è stata ritratta con un consorte o un compagno: l’eccezione è rappresentata da Giasione, il giovane cretese che giacque con Demetra in un campo arato tre volte e fu in seguito, secondo la mitologia classica, ucciso con un fulmine da un geloso Zeus.
La versione cretese del mito dice però che questo gesto fu invece compiuto da Demetra stessa, intesa nell’incarnazione più antica della Dea. Con Giasione ebbe Pluto, il Dio della Ricchezza.

✦ Demetra e Poseidone ✦

I nomi di Demetra e Poseidone appaiono collegati tra loro nelle prime iscrizioni in scrittura Lineare B, trovate nelle rovine di Pilo in epoca Micenea. Vi si trovano le scritte PO-SE-DA-WO-NE e DA-MA-TE inserite in un contesto di richieste di grazia agli Dèi. La sillaba DA, presente in entrambi i nomi sembrerebbe derivare da una radice Protoindoeuropea, associata al concetto di distribuzione di terre e privilegi (per la radice comune si veda anche il verbo latino “dare”). Secondo altri studiosi di etimologia invece, la radice DA sembra una forma dialettale della parola γή “terra”.
Poseidone (il cui nome significa “il consorte di colei che distribuisce”) una volta inseguì Demetra che aveva assunto l’antico aspetto di Dea-cavallo. Demetra tentò di resistere alla sua aggressione, ma neppure confondendosi tra la mandria di cavalli del re Onkios riuscì a nascondere la propria natura divina; Poseidone si trasformò così anch’egli in uno stallone, e si accoppiò con lei. Demetra fu letteralmente furibonda (“Demetra Erinni”) per lo stupro subìto, ma lavò via la propria ira nel fiume Ladona (“Demetra Lousia”). Dall’unione nacquero una figlia, il cui nome non poteva essere rivelato al di fuori dei Misteri Eleusini, ed un cavallo dalla criniera nera chiamato Arione. Anche in epoche storiche, in Arcadia Demetra era adorata come una Dea dalla testa di cavallo.
Sempre il geografo Pausania scrive: «La seconda montagna, il Monte Elaios, dista circa 30 stadi da Figaleia e c’è una grotta sacra a Demetra Melaine (Nera)… gli abitanti di Figaleia dicono di aver dedicato la grotta a Demetra e di avervi posto una statua di legno. La statua fu realizzata in questo modo: era seduta su una roccia ed aveva l’aspetto di una donna tranne la testa. Aveva la testa e la criniera di un cavallo, e da questa testa uscivano serpenti ed altri animali. Il suo chitone era lungo fino ai piedi, in una mano teneva un delfino, nell’altra una colomba. La ragione per cui realizzarono la statua in questa maniera dovrebbe essere chiara a chiunque s’intenda delle antiche tradizioni. Dicono che l’hanno chiamata Nera perché la Dea indossa una veste nera. Tuttavia non sanno dire chi abbia realizzato la statua o come finì per bruciare; ma quando venne distrutta, gli abitanti di Figaleia non ne realizzarono un’altra, ed il suo culto e i sacrifici in suo onore furono ampiamente trascurati finché i loro campi divennero sterili.»

✧ Demetra e Persefone, i Misteri Eleusini ✧

Il più importante mito legato a Demetra, che costituisce anche il cuore dei riti dei Misteri Eleusini, è la sua relazione con Persefone, sua figlia nonché incarnazione della Dea stessa da giovane.
Nel pantheon classico greco, Persefone ricoprì il ruolo di moglie di Ade, il Dio degli Inferi. Diventò la Dea del mondo sotterraneo quando, mentre stava giocando sulle sponde del Lago di Pergusa, in Sicilia, con alcune Ninfe (secondo un’altra versione con Leucippe) – che poi Demetra punì per non essersi opposte a ciò che accadeva trasformandole in Sirene – Ade la rapì dalla terra e la portò con sé nel suo regno.
La vita sulla terra si fermò, e la disperata Dea della Terra Demetra cominciò ad andare in cerca della figlia perduta, riposandosi soltanto quando si sedé brevemente sulla pietra Agelasta. Alla fine Zeus, non potendo più permettere che la terra stesse morendo, costrinse Ade a lasciar tornare Persefone, e mandò Hermes a riprenderla.
Prima di lasciarla andare, Ade la spinse con un trucco a mangiare sei semi di melagrana magici, che l’avrebbero da allora costretta a tornare nel mondo sotterraneo per sei mesi all’anno. Da quando Demetra e Persefone furono di nuovo insieme, la terra rifiorì e le piante crebbero rigogliose ma per sei mesi all’anno, e quando Persefone è costretta a tornare nel mondo delle ombre, la terra ridiventa spoglia ed infeconda. Questi sei mesi sono chiaramente quelli invernali, durante i quali in Grecia la maggior parte della vegetazione ingiallisce e muore.
Vi sono comunque altre versioni della leggenda. Secondo una di queste è Ecate a salvare Persefone. Una delle più diffuse narra che Persefone non fu indotta a mangiare i sei semi con l’inganno, ma lo fece volontariamente perché si era affezionata ad Ade.
Mentre stava cercando la figlia Persefone, Demetra assunse le sembianze di una vecchia di nome Doso, e con quest’aspetto fu accolta con grande senso dell’ospitalità da Celeo, re di Eleusi nell’Attica.
Questi le chiese di badare ai suoi due figli, Demofoonte e Trittolemo, che aveva avuto da Metanira. Per ringraziare Celeo della sua ospitalità, Demetra decise di fargli il dono di trasformare Demofoonte in un Dio. Il rituale prevedeva che il bimbo fosse ricoperto ed unto con l’ambrosia, e che la Dea stringendolo tra le braccia soffiasse dolcemente su di lui e lo rendesse immortale, bruciando nottetempo il suo spirito mortale sul focolare di casa.
Demetra una notte, senza dire nulla ai suoi genitori, lo mise quindi sul fuoco come fosse un tronco di legno ma non poté completare il rito perché Metanira, entrata nella stanza e visto il figlio sul fuoco, si mise ad urlare di paura e la Dea, irritata, dové rivelarsi lamentandosi di come gli sciocchi mortali non capiscano i rituali degli Dèi.
Invece di rendere Demofoonte immortale, Demetra decise allora di insegnare a Trittolemo l’arte dell’agricoltura, così il resto della Grecia imparò da lui a piantare e mietere i raccolti. Sotto la protezione di Demetra e Persefone, volò per tutta la regione su di un carro alato, per compiere la sua missione di insegnare ciò che aveva appreso a tutta la Grecia. Tempo dopo Trittolemo insegnò l’agricoltura anche a Linco, re della Scizia, ma costui rifiutò di insegnarla a sua volta ai suoi sudditi, e tentò di uccidere Trittolemo. Demetra per punirlo lo trasformò allora in una lince.

~• 12. DIONISIO •~

baccDioniso (in greco: Διόνυσος o anche Διώνυσος) nella Mitologia Greca è la dodicesima divinità, l’ultima entrata all’Olimpo, in sostituzione di Estia, Dea del Fuoco che preferì vivere tra i mortali. È identificato a Roma con Bacco, con il Fufluns venerato dagli Etruschi, con Maimone divinità sarda, e con la divinità italica Liber Pater.
Originariamente Dio della Fertilità, è famoso come Dio del Vino. Figlio di Zeus e di Semele, nasce dalla coscia del padre. Viene allevato dalle Ninfe, dai Satiri e dal saggio Sileno, ed insieme ad essi e alle Menadi, girò la Grecia e passò in Asia, arrivando fino in India, introducendo ovunque il suo culto.
Poiché scese nell’Ade e condusse la madre Semele tra gli Dèi dell’Olimpo, il suo culto fu messo in stretta relazione con quello di Demetra. Alle feste in onore del Dio partecipavano le Baccanti, dette anche Menadi. Per influenze frigie, il suo culto assunse carattere orgiastico, con feste chiassose e disordinate per l’ebbrezza dei partecipanti. Le Dionisie venivano celebrate quattro volte all’anno: piccole Dionisie (gennaio), Lenee (gennaio-febbraio), Antesterie (febbraio-marzo), grandi Dionisie (marzo-aprile).
In senso più generale, Dioniso rappresentava quell’energia naturale che, per effetto del calore e dell’umidità, portava i frutti delle piante alla piena maturità. Era dunque visto come una divinità benefica per gli uomini da cui dipendevano i doni che la Natura stessa offriva: tra questi, l’agiatezza, la cultura, l’ordine sociale e civile. Ma poiché questa energia tendeva a scomparire durante l’inverno, l’immaginazione degli antichi tendeva a concepire talvolta un Dioniso sofferente e perseguitato.

❈ Nascita di Dionisio ❈

Bacco e BaccantiSecondo Detienne Dioniso è il Dio straniero per eccellenza, poiché proveniva dalla Tracia. Le notizie relative alle modalità della nascita di Dioniso sono intricate e contrastanti.
Sebbene il nome di suo padre, Zeus, sia indiscusso, quello di sua madre è invece vittima di numerose interpretazioni da parte degli autori mitografi. Alcuni dicono che il Dio fosse frutto degli amori del Dio con Demetra, sua sorella, oppure di Io, o ancora di Lete; altri ancora lo fanno figlio di Dione, oppure di Persefone.
Quest’ultima versione, nonostante non sia accettata dalla maggior parte dei mitografi, non è comunque stata scartata del tutto dalla tradizione letteraria. In alcune leggende orfiche, la madre di Dioniso è infatti definita “la regina della morte”, il che fa appunto pensare a Persefone. Zeus stesso, innamoratosi di sua figlia che era stata nascosta in una grotta per volere di Demetra, si tramutò in serpente e la raggiunse mentre era intenta a tessere. La fecondò, e la fanciulla partorì così due bambini, Zagreo e lo stesso Dioniso.
Tuttavia, la versione generalmente più conosciuta è quella che vuole come sua madre Semele, figlia di Armonia e di Cadmo, re di Tebe: d’altra parte il suo nome può significare la sotterranea, se non si riferisce a Selene, la Dea Luna, che ribadisce così l’immagine della Terra intesa come grembo oscuro, ma stranamente fecondo, che sottrae la vita alla luce e l’assorbe per riprodurla, in un eterno ciclo di morti e resurrezioni.
Anche sulle versioni del concepimento di Dioniso, le tradizioni non concordano: secondo alcuni, Zeus, dopo aver raccolto ciò che rimaneva del corpicino del diletto figlio Zagreo, generato da Persefone ed ucciso dai Titani, cucinò il cuore del fanciullo in un brodo che fece bere alla giovane Semele, sua amante. Oppure, il padre degli Dèi stesso, innamorato perdutamente di Semele, assunse l’aspetto di un mortale per unirsi a lei nel talamo, rendendola incinta di un bambino.
L’ennesimo tradimento di Zeus con una mortale non restò oscuro ad Era, che si poteva ritenere l’unica moglie legittima del Dio. Infuriata, e non potendo vendicarsi sul marito, la Dea ispirò nelle tre sorelle di Semele invidia per la sorella, che quantunque fosse in età da nubile, poteva vantare già un amante ed anche una gravidanza.
La povera Semele subì le crudeli beffe di Agave, Ino ed Autonoe, le quali criticavano non solo il fatto che fosse già incinta, ma anche che malgrado il concepimento, il padre del bambino non si fosse ancora deciso a venire allo scoperto e a dichiararsi.
Nel frattempo, la regina degli Dèi, approfittando di questi contrasti, assunse l’aspetto di una vecchia anziana, Beroe, nutrice della fanciulla, la quale era sua assistente sin dalla nascita. La regina degli Dèi si presentò quindi a Semele, già incinta da sei mesi, che, credendola la nutrice, cominciò a parlare con lei fino a quando il discorso non cadde sul suo amante.
La vecchia mise in guardia Semele, consigliandole di fare una singolare richiesta al suo amante, ovvero quella di rivelarle la propria identità, smettendo di ingannarla e nascondersi, altrimenti avrebbe potuto pensare che il suo aspetto fosse in realtà quello di un mostro. Secondo una versione diversa, Semele era a conoscenza dell’identità del suo amante ed Era l’aveva messa in guardia proprio dal fidarsi del Dio, esortandola ad esigere una prova della sua vera identità. Suggerì quindi di chiedere a Zeus, di presentarsi ad ella come quando si presentava al cospetto di Era.
Dopo qualche tempo, quando Zeus tornò nuovamente dalla sua amante per godere le gioie del sesso, Semele, memore delle parole della vecchia, pregò Zeus di rivelargli la sua identità e di smettere di continuare a fingere. Per timore della gelosia di sua moglie Era, il Dio rifiutò e, a questo punto, Semele si oppose al condividere il suo letto con lui. Adirato, Zeus le apparve tra folgori e fulmini accecanti, tanto che la fanciulla, non potendo sopportare il tremendo bagliore, venne incenerita.
Secondo l’altra versione, quando il padre degli Dèi tornò dalla sua amante, Semele gli chiese di offrirle un regalo ed egli promise di esaudire qualsiasi desiderio della fanciulla. Semele chiese allora al Re degli Dèi di manifestarsi in tutta la sua potenza. Zeus, disperato, fu costretto a realizzare tale richiesta e si recò al cospetto di Semele armato delle sue folgori. Come nella versione precedente, la giovane viene folgorata.
Per impedire che il bambino venisse bruciato, Gea, la Terra, fece crescere dell’edera fresca in corrispondenza del feto del bambino, ma Zeus, che non aveva dimenticato il bambino che ella portava in grembo, si affrettò a strapparne il feto dal suo ventre e praticò un’incisione sulla sua coscia, nella quale se lo cucì. Qui vi poté maturare altri tre mesi e, passato il tempo necessario, lo fece venir fuori, perfettamente vivo e formato. Zeus gli diede il nome di Dioniso che, appunto, vuol dire il “nato due volte” o anche “il fanciullo della doppia porta”.
Una tradizione lacone narrava diversamente la storia della nascita di Dioniso: il Dio era nato normalmente a Tebe, da Semele, ma Cadmo volle esporre il bambino con la madre in un cofano, in mare. I flutti spinsero il cofano sulla costa della Laconia, dove Semele, che era morta, venne sepolta. Dioniso, invece, rimasto miracolosamente in vita, venne accolto dagli abitanti del posto ed allevato.

❖ Infanzia e Giovinezza di Dionisio ❖

Il neonato “nato dalla coscia di Zeus”, già dalla sua venuta al mondo possedeva delle piccole corna con dei ricciolini serpentini; Zeus lo affidò immediatamente alle cure di Ermes.
Raggiunta la maturità, Era lo riconobbe come figlio di Zeus, punendolo con la pazzia. Egli vagò insieme al suo tutore Sileno ed un gruppo di Satiri e baccanti fino in Egitto, dove si batté con i Titani, restituendo ad Ammone lo scettro che questi gli avevano rubato; in seguito si diresse in Oriente, verso l’India, sconfiggendo numerosi avversari lungo il suo cammino (tra cui il re di Damasco, che scorticò vivo) e fondando numerose città.
Al suo ritorno gli si opposero le amazzoni, che egli aveva già precedentemente respinto fino ad Efeso, ma vennero sbaragliate dal Dio e dal suo seguito. Fu allora che decise di tornare in Grecia in tutta la sua gloria divina, come figlio di Zeus; dopo essersi purificato dalla nonna Rea per i delitti commessi durante la pazzia, sbarcò in Tracia, ma lui ed il suo seguito vennero respinti dal re Licurgo, che Rea fece impazzire per la sconfitta inferta al Dio.
Sottomessa la Tracia, passò in Beozia e poi alle isole dell’Egeo, dove noleggiò una nave da alcuni marinai diretti a Nasso; questi ultimi si rivelarono poi essere pirati che intendevano vendere il Dio come schiavo in Asia, ma egli si salvò tramutando in vite l’albero maestro della nave e se stesso in leone, popolando nel contempo la nave di fantasmi di animali feroci, che si muovevano al suono di flauti, ed i marinai, sconvolti, si gettarono in mare e divennero delfini. Giunse infine all’isola di Nasso, dove incontrò Arianna abbandonata da Teseo e la sposò, dopodiché riprese di nuovo il mare per la Grecia.
Sbarcato ad Argo, Perseo gli eresse un tempio affinché placasse le donne di quella città, fatte impazzire dal Dio come punizione per l’eccidio dei suoi seguaci, permettendo a Dioniso di entrare nell’Olimpo.

✦ Dioniso Zagreo ✦

Zagreo (Zαγρεύς), figlio di Zeus che, sotto forma di serpente, si unì alla figlia di Persefone. Tale nome appare per la prima volta nel poema dal VI secolo Alcmenoide, nel quale si dice: “Potnia veneranda e Zagreo, tu che sai sopra tutti gli Dèi”. Secondo Diodoro Siculo, i Cretesi consideravano Dioniso figlio di Zeus e Persefone e loro conterraneo. Di fatto gli epiteti di Dioniso a Creta erano Cretogeno, Ctonio, in quanto figlio della regina del mondo sotterraneo, e appunto Zagreo.
Secondo il mito, Zeus aveva deciso di fare di Zegreo il suo successore nel dominio del mondo, provocando così l’ira di sua moglie Era. Zeus aveva affidato Zagreo ai Cureti affinché lo allevassero, allora Era si rivolse ai Titani, i quali attirarono il piccolo Zagreo offrendogli giochi, lo rapirono, lo fecero a pezzi e divorarono le sue carni. Le parti rimanenti del corpo di Zagreo furono raccolte da Apollo, che le seppellì sul monte Parnaso; Atena invece trovò il cuore ancora palpitante del piccolo e lo portò a Zeus.
In base alle diverse versioni, Zeus avrebbe mangiato il cuore di Zagreo, poi si sarebbe unito a Semele e questa avrebbe partorito Dioniso. Oppure, Zeus avrebbe fatto mangiare il cuore di Zagreo a Semele, che avrebbe dato al Dio divorato una seconda vita, generando appunto Dioniso. Zeus punì i Titani fulminandoli, e dal fumo uscito dai loro corpi in fiamme sarebbero nati gli uomini.
Nei Canti Orfici, nell’elenco dei sovrani degli Dèi, Dioniso è il sesto: l’ultimo re degli Dèi, investito da Zeus; il padre lo pone sul trono regale, gli dà lo scettro e lo fa re di tutti gli Dèi. Sempre nei Canti Orfici, Dioniso viene fatto a pezzi dai Titani e ricomposto da Apollo. E, parlando della nascita di Dioniso: La prima è dalla madre, un’altra è dalla coscia, la terza avviene quando, dopo che è stato straziato dai Titani, e dopo che Rea ha rimesso insieme le sue membra, egli ritorna in vita. Un’antica etimologia popolare, farebbe risalire di-agreus (perfetto cacciatore), il nome Zagreo.

 

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