Fata Fiore (Luigi Capuana)

C’era una volta due sorelle rimaste orfane sin dall’infanzia: la maggiore bella quanto il Sole, diritta come un fuso, con una gran chioma che pareva d’oro; la minore così così, né bella né brutta, piccina, magrolina e zoppina da un piede. Per la sorella, non aveva nome, era semplicemente la zoppina.
La vecchia nonna, da cui erano state raccolte in casa, non avrebbe voluto che costei la chiamasse sempre con quel nomignolo: «Che colpa n’ha, la poverina? È mancanza di carità rammentarle il suo difetto.»
«O se è vero ch’ella è zoppina! Non me lo invento io.» E la cattiva rideva, per giunta.
Si fosse pure contentata di maltrattarla con quel nomignolo soltanto! Non sarebbe stato niente, perché la zoppina non se ne faceva, come se non dicesse a lei. Il peggio era che la maltrattava anche coi fatti, quasi non fosse stata dello stesso suo sangue, ma una serva.
«Zoppina, fa’ questo… Zoppina, fa’ quello!… Zoppina, vien qua! Zoppina, va’ là.»
Non le dava requie un momento; ed ella intanto se ne stava in panciolle per non sciuparsi le belle manine, o pure allo specchio o alla finestra, quantunque la nonna spesso la sgridasse: «Chi aspetti lì, a quella finestra?»
«Aspetto il Reuccio.» Né lo diceva per chiasso. Si era messa in testa che il Reuccio, passando per la strada, dovesse restare incantato dalle bellezze di lei e farla Reginotta.
E la mattina, quando il Reuccio andava a caccia seguito da tanti cavalieri, se lo divorava con gli occhi, e si sporgeva fuori dalla finestra, facendosi quasi sventolare la sua gran chioma d’oro per attirarne gli sguardi. II Reuccio non le badava, non si voltava; passava trottando, con gran dispetto di lei. Ella però non si dava per vinta.
«Guarderà domani. Se mi guarda, è fatta: sarò Reginotta.»
E sfogava la sua rabbia contro la sorella. Arrivava fino a picchiarla, se le pareva di non esser servita a puntino, specialmente nei giorni che il Reuccio passava di corsa, proprio quando ella credeva di essersi fatta più bella, lavata, pettinata, e con la biancheria di bucato.
Un giorno, che s’era alzata dal letto di malumore più del solito, aveva gridato sgarbatamente: «Zoppina, va’ a comprarmi il latt; e sia fresco, zoppina!»
La povera zoppina era scesa in istrada, e, ciampicando, s’avviava verso la bottega del lattaio, quando, dalla svolta della cantonata, ecco sbucare il Reuccio ed il séguito a cavallo, di carriera. Ebbe tanta paura, che inciampò, e cadde. Al grido di lei, il Reuccio poté frenare a tempo il suo cavallo e salvarle la vita. Scese subito di sella, l’aiutò a rizzarsi in piedi, le domandò premurosamente se s’era fatta male, e vedendo che zoppicava, credette che fosse per effetto della caduta. Allora le porse il braccio, l’accompagnò dal lattaio e poi la ricondusse fino alla porta di casa.
La sorella maggiore già s’affrettava a scender le scale per non lasciarsi sfuggire quell’occasione di farsi vedere dal Reuccio; già borbottava le belle parole di ringraziamento da dirgli, e già pensava al graziosissimo inchino da fargli; ma quand’ella arrivò giù, il Reuccio era rimontato a cavallo, e spariva in fondo alla strada.
Figuriamoci che stizza! Quel giorno parve ch’ella avesse un diavolo per capello; niente la contentò, niente le andò a verso: «Zoppina! Zoppinaccia! Brutta zoppaccia!»
La poverina si mise a piangere.
«Fa’ la volontà di Dio» le disse la nonna. «Dio ti aiuterà.»
La nonna, ch’era molto vecchia, si ridusse in fin di vita. Prima di morire, si rivolse alla sorella maggiore: «Ti raccomando quella poverina. Ora che non ci sarò più io, non esser con lei sempre cattiva come pel passato. È buona, affettuosa; non si merita punto i maltrattamenti che tu le fai. E non la chiamare più zoppina!»
«O se è vero ch’ella è zoppina» fu la risposta di lei. «Non me lo invento io.»
«Senti: verrà un giorno che vorresti esser tu la zoppina!» E la vecchia morì.
Rimaste sole, la sorella maggiore si tenne per padrona addirittura. Se la nonna le avesse raccomandato di far peggio di prima, quella cattiva ragazza non avrebbe potuto far peggio. La povera zoppina piangeva giorno e notte.
Colei sfoggiava abiti di seta, collane, e anelli, e orecchini di brillanti: la zoppina, doveva indossare un vestituccio di stoffa scadente, scuro, sbricio sbricio, quasi da monachina. E tutti i giorni: «Zoppina! Zoppinaccia! Zoppina del diavolo!»
La poverina faceva la volontà, di Dio, come le aveva detto la nonna; ma la notte, nella sua misera cameretta, si metteva a piangere, zitta zitta; e pregava: «Nonnina mia, nonnina mia, pensateci voi per me!»
Una mattina, nel far le scale per andare a comprare il latte, scòrse su uno scalino qualcosa che non distingueva bene che fosse. Si chinò, lo raccolse, e vide ch’era un fiorellino tutto scalpicciato e sgualcito; un fiorellino rosso, che mandava un odore di paradiso. Lo ripulì, gli riaggiustò le foglioline e se lo mise in petto. Tornata a casa, lo ripose in un vasetto con l’acqua, su un tavolino della sua camera, e di tanto in tanto andava ad osservarlo. In quel vasetto con l’acqua, il fiorellino parve risuscitato, e riempiva la camera del suo profumo.
Quando la sorella la sgridava: «Zoppina! Zoppinaccia… Zoppaccia del diavolo!», ella, senza sapere perché, andava a guardare il fiorellino, e si sentiva consolata.
Verso mezzanotte, entrata in letto, la poverina s’era messa a piangere: «Nonnina mia, nonnina mia, pensateci voi per me!»
E sentì una voce flebile flebile, dolce dolce, che diceva: «Ci penserò io! Ci penserò io!»
Ebbe paura e accese il lume. Nella camera non c’era nessuno: né quella era la voce della sua nonna.
«Mi sarà parso!» Spense il lume e si addormentò.
Così più notti di seguito; ella però oramai più non provava paura a quella voce flebile flebile, dolce dolce, che pareva venisse da lontano. Anzi, una notte, fattosi animo, osò domandare: «In nome del Signore, chi sei?… Sei tu la mia nonnina?»
Passato un mese, il fiore era sempre così vegeto e così fresco nel vasetto, dov’ella rimutava l’acqua due volte al giorno, da potersi credere spiccato allora allora dalla pianta.
La zoppina n’era meravigliata, e cominciò a sospettare che esso fosse incantato, e che fosse sua quella voce da lei udita ogni notte.
Perciò la notte appresso, appena sentì dire: «Ci penserò io», subito gli domandò: «In nome del Signore, tu chi sei?» Ma non ebbe risposta.
La mattina si sveglia, cerca tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era un’altra. Apre gli scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola a piè del letto, vede steso un vestito nuovo, così bello, così ricco, ch’ella rimase un pezzetto a guardarlo a bocca aperta, senza osare neppur di toccarlo.
Indossò un vestito smesso, con le maniche sdrucite ai gomiti, e quello lo nascose nell’armadio per via della sorella.
Il giorno dipoi si sveglia, cerca tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era un’altra. Apre gli scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola, a piè del letto, vede steso un secondo vestito nuovo, più bello e più ricco di quell’altro riposto, un vestito da Regina.
Frugò nel cassettone, trovò un vestituccio smesso ma più sdrucito e più stinto del primo, e lo indossò; nascose quell’altro nell’armadio, per via della sorella.
La sorella che non le aveva badato il giorno avanti, vedendola così cenciosa, cominciò a sgridarla: «Zoppina sudiciona! E dell’altro vestito che n’hai fatto?»
«L’ho dato a lavare.»
Si contentò della risposta e si mise alla finestra.
Da qualche tempo aveva notato che il Reuccio, passando, alzava gli occhi verso la facciata della casa loro, come se cercasse qualche persona che non c’era; scorreva con lo sguardo tutte le finestre, e abbassava gli occhi scontento.
«Ma, forse deve fingere di non vedermi, per timore del Re suo padre!» ella pensava. E insuperbiva più che mai.
Quel giorno, il Reuccio, passando, alzò secondo il solito, gli occhi alle finestre, come se cercasse qualche persona che non c’era, e, abbassatili scontento, spronò il cavallo e tirò via.
Quel giorno ella fu così cattiva con la zoppina, che la poveretta piangendo si mise a gridare: «Ah nonnina, nonnina, vi siete scordata di me!»
E la sorella, inviperita: «Te la do io la nonnina!» E picchia. «Te la do io la nonnina!» E picchia. Le lasciò le lividure.
La notte, la zoppina: «Nonnina mia, nonnina mia, pensateci voi per me.»
«Ci penserò io! Ci penserò io!»
Svegliatasi, cerca tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era un’altra. Apre gli scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola, a piè del letto, vede steso un terzo vestito nuovo tutto ricamato d’oro, tempestato di pietre preziose: neppur la Regina doveva averne uno pari.
Questa volta era inutile frugare nel cassettone; ella sapeva benissimo che non aveva altri abiti smessi. Come fare, per via della sorella?
Non sapeva risolversi ad indossare uno di quelli; intanto la sorella, di là, gridava: «Zoppina! Zoppinaccia! Non senti dunque, zoppina del diavolo!» E le si rovesciò in camera, furibonda.
Visto quell’abito da Regina, rimase di sasso. «Di chi è?»
«Non lo so.»
«Chi te l’ha dato?»
«Non lo so.»
«E tu perché in sottana?»
«Non ho più vestiti da indossare: me l’han portati via.»
«Zoppaccia, non me la dài ad intendere.»
Per acchetare la sorella, la poverina, mezzo sbalordita, le raccontò tutto: del fiorellino, della voce udita di notte, degli altri vestiti trovati su la seggiola; e glieli fece vedere.
Colei non voleva crederle. «Zoppaccia, non me la dài ad intendere.» Prese i vestiti e il vasetto col fiore e li portò in camera sua. La zoppina dovette indossare un abito vecchio della sorella. Ci nuotava dentro e pareva più buffa che non era.
«Vo’ provar io!» disse la sorella maggiore.
E la notte appresso, spento il lume, cominciò a dire: «Nonnina mia, nonnina mia, pensateci voi per me!»
«Ci penserò io! Ci penserò io!»
Rimase stupita. Dunque la zoppina non aveva mentito!
E la mattina, svegliatasi, cercò tastoni la veste; al tasto s’accorse che la stoffa non era quella. Aperse gli scuretti della finestra, e che vide? Su una seggiola, a piè del letto, vide steso un vestito vecchio, di canavaccio, tutto sbrendoli e frittelle. E nell’armadio, dov’ella aveva riposti i tre bei vestiti, ne mancava uno, il migliore.
«Ah, zoppaccia del diavolo! Sei stata tu!» E picchia e ripicchia! Le lasciò le lividure.
Però volle ritentare: «Nonnina mia, nonnina mia, pensateci voi per me!»
«Ci penserò io! Ci penserò io!»
Smaniava che si facesse giorno, per vedere se le accadeva come la mattina avanti. Le accadde peggio. Su la seggiola a piè del letto trovò steso un vestito fatto di scorze di albero imputridite. E dall’armadio ne mancava un altro di quelli ripostivi, il migliore.
«Ah, zoppaccia del diavolo! Sei stata tu! Sei stata tu!» E picchia e ripicchia! Le lasciò le lividure.
Caparbia, volle ritentare; ma la mattina seguente, non solo non trovò nulla né sulla seggiola né nell’armadio, ma fin il fiorellino rosso era sparito dal vasetto, lasciando nella camera un puzzo che ammorbava.
«Ah, zoppaccia del diavolo! Sei stata tu!» E picchia e ripicchia! Le lasciò le lividure.
Il giorno dopo si sparse la notizia ch’era stato scoperto un furto nella guardaroba della Regina: mancavano tre abiti di gala, abiti di un valore inestimabile; tutta la corte era sossopra; il Re e la Regina su le furie; i Ministri spaventati della collera reale perdevano la testa.
Il Re li aveva radunati a consiglio. «Se fra tre giorni non mi trovate il ladro, vi faccio impiccare tutti in fila!»
Eran passati due giorni, e i poveri Ministri si tastavano il collo. Del ladro, nessuna notizia.
E il Re: «Domani all’alba, vi farò impiccare tutti in fila!»
I Ministri pensarono di mettere una sentinella a ogni porta e far perquisire tutte le case. Le guardie rovistavano da per tutto, ma non trovavano niente. Andate in casa delle due sorelle, cerca, ricerca, fruga, rifruga non trovarono niente neppur lì.
La sorella maggiore intanto, di nascosto dalle guardie, borbottava nell’orecchio della zoppina: «Zoppaccia ladra! Zoppaccia ladra! Che tradimento volevi farmi!»
La povera zoppina, atterrita di veder tanti brutti ceffi, non rispondeva nulla. E pregava dentro di sé: «Nonnina mia, aiutateci voi! Aiutateci voi!» Pregava anche per quell’altra.
Una guardia, più sospettosa dei compagni, tastata la materassa del letto della sorella maggiore, disse: «Scucite qui.»
Scuciono e fra la lana eccoti gli abiti regali di gala, proprio quelli trovati dalla zoppina su la seggiola in camera sua.
«La ladra è lei! La ladra è lei!» urlava la sorella maggiore.
Ma le guardie le acciuffarono tutte e due, e le condussero in carcere. La zoppina neppure piangeva; guardava attorno, stupefatta. L’altra pareva impazzita: «La ladra è lei! La ladra è lei!»
Nella prigione, le chiusero in due stanze separate.
La zoppina, al buio, pregava a mani giunte: «Ah nonnina, nonnina, pensateci voi per me!»
«Ci penserò io! Ci penserò io!»
Si volse dalla parte d’onde la voce veniva e, nel buio, vide il fiorellino rosso che luccicava come un pezzettino di carbone acceso. A poco a poco quel luccichio crebbe, crebbe, illuminò tutta la stanza, e fra lo splendore comparve una bellissima donna che non toccava terra coi piedi, e pareva fatta tutta di luce, carni e vestiti.
«Sono Fata Fiore; mi chiamano così perché un mese son creatura vivente e un mese fiore: è il mio destino. Tu mi hai raccolto, mi hai ripulito, mi hai rimutata l’acqua due volte al giorno, mi hai salvato dal penare. Ora son qua io per te!» E detto questo, scomparve.
La mattina il Reuccio, nel punto di montar a cavallo, vide per terra un fiorellino rosso; uno degli scudieri stava per metterci il piede sopra.
«Bada! Bada!»
Se lo fece raccogliere, e rimase incantato del gratissimo odore che il fiore mandava; un odore di paradiso.
Subito gli venne in mente la zoppina, a cui aveva molto pensato dal giorno che la raccattò da terra come quel fiore: gli era parsa tanto buona, tanto gentile, quantunque non bella. Non l’aveva più riveduta; e non s’era mai saputo spiegare perché pensasse così spesso a lei avendola vista una sola volta. Si mise il fiore all’occhiello, e quando tornò a palazzo, lo ripose in un vasetto con l’acqua, in camera sua; lo chiamò il Fiore della zoppina.
La notte, sul punto di addormentarsi, a un tratto ode: «Psi! Psi! Psi! Psi!»
Accese subito il lume, guardò attorno stupito; non c’era nessuno.
Poco dopo, di nuovo: «Psi! Psi! Psi! Psi!»
«Chi sei? Che cosa vuoi?»
«Sono Fata Fiore! Ascolta bene quel che ti dirò: ma non accendere il lume.» E Fata Fiore gli raccontò la dolorosa storia della zoppina.
Verso la fine il Reuccio piangeva. Non attese che fosse giorno, e corse dal Re suo padre. Rifece il racconto della Fata e poi si gettò al piedi del Re: «Maestà, fatemi sposare questa zoppina! La Reginotta dev’esser lei.»
Il Re non disse di sì né di no. Ma quando gli parve l’ora, diede ordine: «Conducete qui le due ladre.»
Le guardie andarono prima alla prigione della sorella maggiore. Tutta arruffata e sconvolta non sembrava più lei; pareva una Strega. L’ammanettarono e la introdussero al cospetto del Re.
Aperto l’uscio della prigione dov’era rinchiusa la zoppina, le guardie si arrestarono meravigliate su la soglia. La nera stanzaccia s’era trasformata in un magnifico giardino fiorito, e la zoppina, così bella da non riconoscersi, con indosso un abito sfarzosissimo, coglieva fiori e ne faceva tanti bei mazzi.
«Questo pel Re, questo per la Regina, e questo pel Reuccio che sospira.»
Subito il Re e la corte andarono alla prigione per condur via la zoppina con tutti gli onori di Reginotta.
La sorella maggiore, appena la vide, diede in ismanie e furori: «Ah! Zoppina ladra! Mi hai rubato anche il Reuccio! Possa tu morire di mala morte, zoppaccia ladra!»
Invece morì lei di mala morte; perché il Re non volle farle grazia, vedendola così cattiva fino all’ultimo contro la sua buona sorella, che implorava per essa il perdono reale.
Diventata Reginotta, la zoppina che per virtù di Fata Fiore non era più zoppina, a ricordo del suo passato, volle esser chiamata sempre a quel modo; anzi, quando compariva in pubblico, affettava con grazia di zoppicare un tantino.

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